Parchi nazionali, riserve e safari in Kenya sono una delle esperienze più esaltanti da visitare nella vita di un viaggiatore. Non solo per l’impatto ambientale che travolge e stravolge ma anche per l’emozionante incontro con le creature più selvagge del mondo.

Le persone che prenotano una vacanza qui sognano di vedere i big five ossia le cinque specie di animali che sono considerati i re della savana africana, nonché i più pericolosi: gli elefanti, i leopardi, i rinoceronti, i leoni e i bufali.

Io ho avuto la fortuna di vacanzeggiare due volte in Kenya e di poter visitare tre parchi nazionali facendo altrettanti safari ma soprattutto sono riuscita a vedere i big five oltre a tantissimi altri animali.

È un’esperienza che consiglio a tutti perché ci si approccia agli animali nel loro ambiente naturale, venendo così a scoprire l’importanza di proteggerlo e preservarlo.

Informazioni generali

 

La prima domanda che ci si pone è: “come mi devo vestire?” Il tragitto dalle località turistiche di mare come Mombasa, Diani, Watamu o da Nairobi richiedono qualche ora di viaggio nel ventre dei territori kenyoti.

La terra ha un colore rossastro che si fatica a dimenticare e anche a togliere di dosso! Quanto ho fatto il safari di tre giorni sono salita a bordo di una jeep che aveva il finestrino che non si chiudeva completamente.

Morale della favola, ogni volta che arrivavo in hotel dovevo sciacquarmi la faccia perché ero di colore aranciato. La terra, infatti, è piuttosto fina e insidiosa, meglio indossare occhiali da sole anche in macchina e vestiti non troppo chiari. Mettere in valigia un cappello per ripararsi dal sole, un binocolo per vedere da lontano e maglie pesanti per la sera.

 

visita a una scuola masai

 

I safari si possono prenotare in loco se si viaggia in solitaria tramite:

  • i beach boys, dei ragazzi solerti a caccia di turisti a cui vendere i tour;
  • i tour proposti dagli hotel o dai villaggi turistici;
  • il noleggio di un automobile;
  • l’agenzia viaggio in fase di prenotazione del viaggio.

Qualora si scegliessero i beach boys è meglio informarsi in anticipo con delle ricerche su internet sui più affidabili e più quotati della zona onde evitare di incappare in promotori inesperti.

Se invece si preferisce il viaggio in auto bisogna fare molta attenzione al terreno accidentato, a non avvicinarsi troppo agli animali e a fare scorte di benzina.

Infine, fare una buona scorta di pomata o spray antizanzara. Sebbene la notte sia fresca è possibile trovarne sia in prossimità del mare che in aperta savana.

 

cartina kenya

 

Parchi nazionali, riserve e safari in Kenya

 

Il Kenya è suddiviso in otto aree geografiche:

  • Kenya settentrionale e Kenya occidentale;
  • costa settentrionale e costa meridionale;
  • altopiani centrali;
  • Rift Valley e Masai Mara;
  • Nairobi;
  • savane sud-orientali.

I parchi nazionali, le riserve e safari si concentrano nella metà meridionale del Kenya mentre nel Kenya settentrionale si concentrano i visitatori che vogliono fare tappa al lago Turkana. Gli animali visitabili in questo lago sono gli uccelli acquatici, i coccodrilli, zebre, leoni, ghepardi e iene maculate.

Possiamo suddividere i parchi più vicini a Mombasa e quelli più vicini a Nairobi dato che sono le città dove fanno scalo con maggior frequenza gli aerei internazionali.

Vicino a Mombasa troviamo:

  • Taita Hills Wildlife Sanctuary: famosa per il Salt Lick logde che permette di soggiornare delle palafitte edificate appositamente per un incontro ravvicinato con gli elefanti;
  • Tsavo East e Tsavo West National Park: il parco più esteso del Kenya e il più vicino a Watamu e Malindi e di fatto il più pubblicizzato dai tour perché permette un tour in soli due giorni (una notte nella savana). È possibile avvistare i big five se accompagnati da una buona dose di fortuna;
  • Shimba Hills National Reserve: l’unica a ospitare le antilopi nere oltre a tutte le altre specie di animali ed è preferita da chi soggiorna a Mombasa o Diani.

A metà strada fra Mombasa e Nairobi si trova l’Amboseli National Park con la sua vista sulla cima del Kilimangiaro. Il territorio è attraversato da tutti gli animali selvaggi africani e anche da diverse specie acquatiche grazie alla presenza di acquitrini e paludi.

 

Amboseli National Park

 

Le riserve vicino a Nairobi sono più numerose:

  • Nairobi National Park: si trova in prossimità della capitale e da qui si può ammirare la natura più selvaggia in contrasto con la modernità di una città urbana ed è facilmente visitabile in giornata;
  • Hell’s Gate National Park: è l’unico che si può visitare a piedi o in bicicletta senza l’ausilio di una guida o di un tour organizzato. Ovviamente ci si trova in un luogo selvaggio e la prudenza non deve essere mai sottovalutata;
  • Aberdare National Park: qui si può incontrare il bongo, un’antilope zebrata molto timida e i big five contornati da un panorama variegato con montagne, torrenti e foreste di bambù;
  • Samburu, Buffalo Springs e Shaba: sono tre riserve aride a nord del monte Kenya dove si concentrano gli animali nel tratto del fiume Ewaso Nyiro per abbeverarsi;
  • Meru National Park: è dalla parte opposta del monte Kenya rispetto ai parchi sopracitati ed è poco pubblicizzato e quindi frequentato sebbene ci sia un’altissima presenza di animali;
  • Masai Mara Game Reserve: è, al contrario, il parco più famoso che continua con il Serengeti in Tanzania e dove si aggira il raro rinoceronte bianco. Da giugno a settembre oltre due milioni di gnù attraversano il fiume Masai Grande per arrivare nel Sarengeti e viceversa;
  • Lake Nakuru National Park: nel mezzo della Rift Valley ospita anch’esso degli esemplari di rinoceronte bianco, fenicotteri rosa, il babbuino verde e oltre 400 specie di uccelli.

 

cucciolo di leone (riserve e safari in kenya)

 

Le altre riserve e i safari in Kenya più distanti dai due centri urbani principali sono:

  • Kakamega Forest National Park: una foresta pluviale dove vivono diverse specie di primati tra cui il potto, pipistrelli, il turaco azzurro gigante e oltre 400 specie di farfalle;
  • Saiwa Swamp National Park: una foresta paludosa che ospita all’interno gli animali tipici più del vicino Uganda che del Kenya come lo scoiattolo gigante, il colobo nero, la lontra dal collo maculato. Si possono fare anche dei percorsi a piedi in quanto non si registrano passaggi dei big five;
  • Ruma National Park: in prossimità del lago Vittoria offre rifugio alle antilopi roane e alle rare rondini blu. Facile da percorrere anche in autonomia tranne nel periodo delle piogge.

 

La mia esperienza con il safari

 

Come già ti anticipavo sono stata due volte in Kenya e ho avuto la fortuna di fare due safari: il primo allo Tsavo East, il secondo sempre allo Tsavo East e ho aggiunto lo Tsavo West e l’Amboseli.

Sono riuscita a vedere i big five e molti altri animali nel loro habitat naturale e ciò che mi ha colpito di più è stata la loro serenità nel non sentirsi minacciati.

Gli animali, infatti, sono abituati a vedere jeep nei loro territori e a parte qualche occhiata di controllo tendono a continuare a fare gli affari loro, perfettamente rilassati.

Ovviamente bisogna mantenere le distanze di sicurezza perché gli elefanti, come anche gli altri animali, se si sentono minacciati passano al contrattacco. In linea generale, però, mantengono inalterato il loro atteggiamento pacato.

 

terra rossa africana

 

Il ricordo che mantengo con più affetto è stata la sera al lodge prima di cena quando mi sono seduta ad ammirare il panorama sulla terrazza. Ad un certo punto ho sentito un rumore lontano e soffocato.

Con il passare del tempo il rumore cresceva sempre di più, assomigliava al suono pum-pum-pum dei tamburi masai e la polvere si alzava nel cielo. Tendendo occhi e orecchie ho finalmente capito da dove provenisse quel rumore: era una fila ordinata di bufali che si stava avvicinando alla pozza d’acqua nei pressi del lodge.

Saranno stati un migliaio e più si avvicinavano e più il rumore si faceva assordante. Penso di essere rimasta almeno dieci minuti con la bocca aperta a osservarli.

Una scena incredibile dai contorni surreali: loro bevevano l’acqua del pozzo come se non ci fossero turisti a immortalarli con le loro fotocamere.

Mai nella mia vita avrei pensato di immergermi in modo così diretto nei processi della natura. Mi sono sentita fuori luogo, come se non meritassi di stare nello stesso posto in compagnia di esseri così maestosi. E invece ero lì smossa da sentimenti di giubilo di fronte alla meraviglia di una sorpresa inaspettata.

Spero che questa lista di riserve e safari in Kenya possa essere di buon auspicio a tutti i viaggiatori per diventare più consapevoli e meno ingombranti in terre che non ci spettano di diritto.

 

Approfondisci la conoscenza del Kenya con i libri di Kuky Gallmann un’ambientalista italiana che ha fondato il Laikipia nature conservancy al limitare della Rift valley,

Il carnettista è un neologismo inserito quest’anno nel dizionario del Nuovo Devoto Oli per indicare il narratore di viaggi. Per farlo utilizza una sorta di diario chiamato in francese carnet de voyage da cui ne ricava il nome.

Differenze fra carnettista e travel blogger

Si tratta quindi di un mio collega travel blogger? Non esattamente, sebbene entrambi amino la scrittura e desiderino raccontare storie lo fanno dissimilmente.

I due narratori si differenziano come prima cosa per lo strumento utilizzato.

È altresì vero che nei racconti di viaggio le due figure si avvicinano nella narrazione ma nonostante questo piccolo affiancamento rimangono comunque delle diverse specificità.

La parola francese da cui deriva il neologismo indica un libretto su cui si possono annotare frasi, idee e dettagli da ricordare o sensazioni che si vogliono catturare.

Bruce Chatwin ed Ernest Hemingway, per esempio, li utilizzavano spesso durante i loro viaggi nei continenti stranieri per tenere traccia degli spostamenti o di qualche nuova scoperta.

Per rendere visibile lo strumento di cui stiamo parlando lo possiamo rappresentare con la moleskine: il taccuino che usiamo ancora oggi per prendere appunti.

taccuino da viaggio

All’interno di questo blocco il carnettista non solo racconta le avventure del suo viaggio ma anche le sensazioni che certi scenari hanno suscitato, i piani per i giorni a venire o ritrae panorami e volti.

Cerca, in qualche modo, di catturare tutte le emozioni e le sensazioni che prova per poterle rileggere una volta tornato a casa e riviverle con rinnovata intensità.

Il travel blogger, invece, scrive prevalentemente su uno schermo del computer e non è detto che durante il viaggio si fermi ad assaporare le emozioni e che ritragga le peculiarità dei paesaggi.

Un’altra differenza fondamentale tra i due personaggi sono proprio le immagini.

Raramente si vedono sui blog i disegni fatti dall’autore ma solo le fotografie scattate con la fotocamera o il cellulare, a meno che non si tratti di un illustratore o di un disegnatore che ami creare le sue personali immagini.

Il carnettista adorna i suoi scritti proprio con i disegni e li usa per marcare il messaggio che vuole lasciare. L’intento è quello di essere il più specifico possibile per non tralasciare importanti dettagli.

L’ultima differenza fra i due è proprio nello stile e nella forma di scrittura.

Il travel blogger scrive per il suo pubblico mentre il carnettista lo fa solo per sé stesso. Poco importa se poi questi scritti, come nel caso degli autori citati sopra, si trasformano in un libro, l’uso primario che viene fatto è quello di prendere appunti.

Riassumendo, quindi, possiamo dire che il carnettista scrive su un taccuino tutto ciò che gli passa per la mente approfondendo gli scritti con l’ausilio di immagini, mentre il travel blogger scrive su terminale i suoi racconti di viaggio ma soprattutto le informazioni che potrebbe essere utili ad altri vacanzieri.

Non dobbiamo fare l’errore, dopo questa differenziazione, di incasellare il carnettista in una figura troppo distinta in quanto ogni narratore di viaggi, sebbene non segua alla lettera questi riferimenti, può serenamente definirsi in tale modo.

Ricordiamo che il vocabolo è stato coniato nel 1934 quando ancora non si utilizzava il computer e l’unico modo per imprimere i ricordi erano il pennino e la carta.

neologismo nuovo devoto oil

Post su Facebook del Nuovo Devoto Oil

Nella mente di un carnettista

Possiamo immaginare lo scrivente avventurarsi con una piccola borsa da viaggio verso una meta lontana raggiungibile solo in nave. Durante il tragitto non trova molte distrazioni a cui dedicarsi pertanto comincia a scrivere i suoi pensieri.

Mi viene in mente l’impresa di Nellie Bly, la giornalista americana che ha voluto sfidare il personaggio di fantasia Mr. Fogg, protagonista del libro del “giro del mondo in 80 giorni“. Avrà sicuramente dovuto tenere traccia dei suoi spostamenti e calcolare gli imprevisti mentre preparava il pezzo da presentare al giornale.

Oppure la viaggiatrice Katharina Von Arx quando decise di scoprire l’India in solitaria, stanca della noiosa vita europea. I suoi scritti, raccolti in un libro, raccontano profonde elucubrazioni smosse da fatti vissuti in un determinato periodo. Segno che ogni pensiero corrispondeva a un appunto.

Non è dunque un semplice resoconto di viaggio ma un fissare il ricordo di un’esperienza. Per farlo è necessario usare strumenti come i disegni che da sempre accompagnano il linguaggio umano, per semplificarlo.

Per concludere possiamo affermare che un carnettista non solo racconta il viaggio ma ne disegna l’alone portando chi legge i suoi scritti, se ne ha la fortuna, a camminargli a fianco.

Ti sei mai abbuffato/a in hotel o al bar con la colazione moderna turca? Domani puoi farlo seguendo la lista dei seguenti ingredienti. Ti anticipo già che la colazione moderna turca è prevalentemente salata, come la maggior parte dei primi pasti internazionali, anche se, a volte, scopriamo delle pietanze dolci che ci fanno tanto piacere!

Almeno per quanto mi riguarda. Fatico sempre, quando sono all’estero, iniziare il mattino con qualcosa di salato, preferisco cercare della frutta fresca o secca e qualche biscotto. Ma anche cambiare le abitudini alimentari fa parte dell’esperienza del viaggio per cui perché non provare?

La cultura della colazione

 

La colazione moderna turca è un vero e proprio rito da onorare in compagnia di amici e parenti durante il fine settimana, quando si ha più tempo libero.

Può durare anche delle ore in quanto le pietanze messe a disposizione sono un’infinità e variano, ovviamente, in base alla regione in cui ci si trova. Due bevande ci accomunano: il tè e il caffè.

Ma il tè accompagna la colazione mentre il caffè viene bevuto solo al termine del pasto. Difatti, la colazione si chiama kahvalti che significa proprio “prima del caffè”.

Si tratta di un caffè forte? Non meno del nostro, solo che come ti ho anticipato nella colazione giordana, è servito nello stesso contenitore in cui si prepara, per cui quando ti sarà servito troverai alla fine anche il fondo.

Non dimenticarlo! Io la prima volta che l’ho bevuto ho mandato giù fondo e caffè assieme e non è stata una sorsata memorabile! Spesso al caffè viene aggiunto anche un tocco di cardamomo che dona una nota esotica alla bevanda.

Per quanto riguarda il tè, invece, si incontra è il classico tè verde o nero come lo sorseggiamo anche noi. A volte pesantemente zuccherato come si usa anche in Marocco.

 

tè turco

Gli ingredienti della colazione moderna turca

 

Come già ti anticipavo gli ingredienti sono davvero numerosi a partire dal formaggio tipico in base alla località, olive nere e verdi, verdura di stagione come pomodoro, cetrioli, peperoni conditi con dell’ottimo olio di oliva.

Spesso, però, le verdure di stagione si trovano all’interno del menemen, una sorta di frittata di verdure. Questa pietanza è ciò che ogni viaggiatore desidera assaggiare non appena entra in territorio turco.

La preparazione è molto semplice: basterà cuocere in una padella un pomodoro, una cipolla, erbe selvatiche e un peperone con dell’olio d’oliva. Quando si saranno ammorbiditi si aggiungeranno le uova, in base ai commensali (come anche le verdure) e si lascerà cuocere.

L’impasto dovrà essere mescolato spesso in modo da separare gli ingredienti affinché risultino omogenei. Prima che il composto si solidifichi si metterà il sale e le spezie a piacimento come il timo, l’origano o il prezzemolo. La frittata sarà tagliata a fette e servita in un tagliere.

Al salato si aggiunge il dolce come il miele, della frutta fresca già tagliata a fette, il burro di sesamo con la melassa di uva e il gustosissimo simit, ovvero ciambella al sesamo.

Ricetta simit

 

Ingredienti

 

  • 150 grammi farina 00;
  • 100 grammi farina di farro;
  • 5 grammi di lievito istantaneo;
  • mezzo bicchiere di olio di oliva;
  • un bicchiere di acqua temperatura ambiente;
  • 4 cucchiai di zucchero di canna o se si vuole dare più sapore zucchero vanigliato;
  • 3 cucchiai di miele;
  • sesamo e  un pizzico di sale;

 

Procedimento

 

In una ciotola mescolare, dopo aver setacciato le due farine, il lievito, lo zucchero, il sale, una manciata di sesamo, l’olio e l’acqua a filo. Aggiustare gli ingredienti qualora l’impasto risulti troppo solido o liquido.

Lasciare riposare il panetto così formato per circa un’ora a temperatura ambiente e proteggerlo da una pellicola o un canovaccio. Trascorso il periodo di riposo tagliare in piccole porzioni per creare delle strisce lunghe circa 10 centimetri.

Arrotolare le strisce affinché risultino intrecciate e poi attaccare un’estremità all’altra per dare vita alla ciambella. Continuare in questo modo fino al termine dell’impasto.

Lasciare riposare le ciambelle all’interno del forno per un’altra mezz’ora. Successivamente preparare una ciotola con dell’acqua a cui andrà aggiunto il miele.

Intingere le ciambelle una a una e poi passarle sopra a un piatto su cui avremo inserito il sesamo. La copertura può essere fatta sia su un solo lato che su entrambi.

Lasciare riposare per un altro quarto d’ora e accendere nel frattempo il forno. Quando raggiungerà la temperatura di 200° si potranno inserire le ciambelle per circa 15 minuti o fino a che avranno assunto un bel colorito dorato.

Sono ottimi serviti caldi o freddi e come accompagnamento al tè o al caffè. Volendo si possono impreziosire con l’aggiunta della cannella mescolata ai semi di sesamo nella guarnizione prima della cottura.

Da quando ho scoperto i principi dell’estetica giapponese li ho integrati nella mia vita riportando un maggiore equilibrio e distacco. I concetti risultano piuttosto interessanti e sono ben differenti dai nostri.

Il tema di sfondo rimane l’ordine che non viene rappresentato in modo pianificato e costruito, bensì in maniera effimera e mutevole, un elemento intrinseco del tempo.

Non è qualcosa di perfettamente realizzato in ogni suo dettaglio ma un componente che cambia a seconda dello scorrere delle ore, del giorno, delle stagioni e così via.

Principi dell’estetica giapponese

 

La posizione privilegiata del Giappone ha permesso di mantenere inalterate le radici culturali per secoli prima dell’inevitabile offuscamento e globalizzazione da parte della cultura occidentale.

Sono pervenute così intatte le concezioni di bellezza basate sul concetto buddista dell’impermanenza: il principio cardine che ricerca l’armonia nella semplicità, il quale va a cozzare con il nostro continuo esporsi e ostentare.

 

Possiamo riassumere così i seguenti principi dell’estetica giapponese:

  • MONO NO AWARE: l’impermanenza, il cui simbolo è rappresentato dal fiore del ciliegio;
  • WABI SABI: l’imperfezione della bellezza;
  • MIYABI: indica la quiete come forma essenziale dell’eleganza;
  • MA: il vuoto inteso come pausa o silenzio;
  • SHIBUSA: la capacità di sottintendere;
  • KIRE: ciò che rimane escluso;
  • JO A KIU: il giusto ritmo o il giusto momento;
  • YOAKU-NO-BI: la bellezza di ciò che manca;
  • YUGEN: l’oscurità;

Se paragoniamo questi concetti alla nostra idea di bellezza ci rendiamo conto di quanto poco abbiamo in comune con l’antica cultura nipponica.

Per riassumere possiamo affermare che la bellezza, secondo la filosofia orientale, è qualcosa in movimento, in continuo cambiamento ed evoluzione rispetto ai parametri di perfezione che si ricerca nella parte occidentale del pianeta.

La perfezione è proprio ciò che ostacola la bellezza in quanto la rende poco credibile e artificiosa. Ora, però, vediamoli meglio nel dettaglio.

 

geisha

 

MONO NO AWARE

Il primo concetto “mono no aware” è quello a cui sono più affezionata e che avevo deciso di perseguire in un 2020 piuttosto rocambolesco. A causa o grazie alla pandemia la vita si è dimostrata più fragile di quanto sembrasse.

Tutti noi abbiamo assaporato l’incertezza nonostante le basi solide sulle quali si poggia la nostra vita. Abbiamo dovuto interfacciarci con un nuovo stile di vita che ancora fatichiamo a sopportare e, integrare, nel nostro quotidiano.

Questo cambiamento repentino, però, ci ha reso consapevoli di come le cose siano mutevoli e non statiche: se impariamo a lasciare andare e ad accogliere il presente la vita si trasformerà in qualcosa di più intenso e ricco di sfumature.

 

WABI SABI

Il wabi sabi cavalca l’onda dell’imperfezione dimostrandoci come gli oggetti possano apparire ammirevoli nonostante alcuni dettagli sbagliati. Anzi, sono proprio questi difetti, a renderli unici.

Allo stesso modo possiamo translitterare il concetto a noi stessi e alle persone iniziando ad amarle e, ad amarci, proprio in base alle loro e, alle nostre, particolarità e a rispettare le loro e ancora, le nostre, spigolosità di carattere.

Anch’esso è un concetto che dovremmo sperimentare e introdurlo nelle nostre vite affinché ci sia maggiore comprensione e rispetto.

 

MIYABI

Miyabi è l’arte di godere della quiete e anch’esso lo abbiamo sviluppato, nostro malgrado, durante il primo lockdown. Si tratta del momento in cui ogni incombenza è stata svolta e, liberi da ogni dovere, ci si può dedicare al proprio hobby o piacere personale.

Il termine è strettamente legato alla cultura: quando il nostro essere si esprime attraverso la creatività, l’emotività o l’arte in generale nasce l’espressione individuale. Altri due vocaboli si sono affiancati a miyabi: Iki e senren.

Il primo, iki, è praticamente scomparso e significava l’eleganza accompagnata dalla sensualità mentre in senren, più attuale, permane il concetto di eleganza spogliato, però, dalla sensualità. Il vocabolo per come è usato oggi si può rapportare all’uso di chic.

 

MA

Si riallaccia alla filosofia buddista inglobata nel senso di vuoto e compare in ogni campo artistico. Il ma, ovvero la pausa tra due o più oggetti, situazioni ed emozioni, ha la stessa rilevanza dell’oggetto stesso perché si trova collocato nel medesimo livello di esistenza.

Volendo contestualizzare il concetto lo potremmo paragonare al non respiro presente negli esercizi di pranayama dello yoga o alla suddivisione dello yin e dello yang nel taoismo. È un’astrazione affascinante che raramente troviamo contemplata nella nostra cultura occidentale.

 

tempio giapponese

 

SHIBUSA

Lo shibusa rappresenta l’espressione massima dell’estetica giapponese e contiene al suo interno sette proprietà:

  1. semplicità;
  2. modestia;
  3. essenzialità intrinseca;
  4. naturalezza;
  5. purezza;
  6. sobrietà;
  7. ruvidezza (intesa come quella naturale presente in natura).

Tutti questi elementi assemblati assieme rendono l’idea di shibusa: un qualcosa di non artefatto, artificioso o costruito ma delicatamente naturale.

 

KIRE

Il kire si associa all’ikebana, l’arte di recidere i fiori, molto amato dagli appassionati del genere. In questo contesto i fiori vengono elaborati in modo da assumere l’aspetto di un’espressione personale.

Le parti eliminate hanno però anch’esse una loro rilevanza in quanto concorrono a esprimere la piena bellezza del fiore e, visto da un punto di vista buddista, consentono di togliere il superfluo al fine di vivere nell’essenziale.

Kire abbraccia anche l’impermanenza perché sottolinea come alcune parti, sebbene prima fossero necessarie, con il tempo potrebbero diventare obsolete o intralcianti al nostro cammino spirituale.

 

YOAKU-NO-BI

L’allusione potrebbe essere la traduzione di yoaku-no-bi secondo il pensiero zen che rimanda ancora una volta al nulla e quindi a tutto ciò che non è rappresentabile.

Un altro significato è quello utilizzato nel Medioevo in riferimento ai giardini sguarniti di fiori o gingilli che sottointendeva un uso di spazi vuoti e soggetti incolori.

Una sorta di “bellezza della pochezza” che andava a contrastare con il lusso e l’ostentazione, strenui oppositori dei principi dell’estetica giapponese.

 

giardino giapponese

 

JO A KIU

La parola jo a kiu rappresenta un’idea astratta applicata a diverse arti giapponesi tra cui il teatro, la musica, la cerimonia del tè, eccetera, e sintetizza la coreografia del movimento.

Solo per la musica indica un ritmo continuo, quasi monotono, totalmente avulso dalla nostra concezione di note e pause, mentre per le altre arti è un susseguirsi di momenti che vanno dal lento al veloce, per concludersi in rapidità.

L’idea rimane comunque la stessa: trovare, attraverso una serie di movimenti, un andamento che sia armonico e coerente al momento presente.

 

YUGEN

Paragonando il termine yugen a un vocabolo di forte astrazione occidentale potremmo usare il concetto junghiano di simbolismo inconscio, un qualcosa, quindi, di insondabile e imperscrutabile.

Il fascino del mistero e di tutto ciò che non può essere spiegato a parole ma che possiede, in realtà, una forte impressione a livello inconscio. Nel teatro No la parola indica, invece, la grazia dei movimenti, frutto di anni di esercitazione e fatica. Il lato oscuro di ciò che appare naturale ma in realtà è sinonimo di sfiancante allenamento e feroce precisione.

 

Consigli di lettura per approfondire: