Le letture di viaggio mi portano in luoghi sconosciuti solo sfogliando le pagine di un libro, e imprimono nella mia mente ricordi indelebili.

In questa telefonata interplanetaria bisogna risolvere alcuni problemi: tipo la sopravvivenza di Last Chance e il possedimento della Terra. Un romanzo paradossale, in perfetto stile Douglas Adams che racconta una telefonata alquanto particolare.

L’autore

 

Gianluca Neri è l’autore del libro “il grande elenco telefonico della Terra e dei pianeti limitrofi (Giove escluso)”, il quale si dichiara un fan di Douglas Adams e della sua fortunata serie “guida galattica per autostoppisti”.

Infatti, nelle battute irriverenti, si scopre il velo di ironia che contraddistingue Douglas e per un momento si ritorna a sognare in compagnia dei suoi racconti. 

Gianluca Neri, invece, è un autore televisivo, un conduttore radiofonico e fondatore del Macchianera Italian Award, una manifestazione che premia ogni anno i migliori blog e siti italiani del web.

Questo è stato il suo libro d’esordio ed è stato pubblicato da BUR (Biblioteca Universale Rizzoli) nel 2010. Alla fine del libro si trova un’aggiunta o un bonus, come lo chiama l’autore, pubblicato da Wired in un numero speciale di luglio/agosto 2014.

 
 

 

Recensione libro

 

Last Chance conduceva una vita alquanto noiosa ma piacevole: di giorno lavorava e la pausa pranzo la trascorreva al suo pub preferito, dove c’era quella cameriera che mangiava con gli occhi assieme al suo panino.

Un giorno gli arrivò una telefonata interplanetaria inaspettata. Chi c’era all’altro capo del telefono? Un abitante di un pianeta chiamato Sedna che rivendicava la proprietà della Terra.

Costui si lamentava di averla trovata in disordine e tutta allagata. Per tranquillizzare gli animi delle altre persone, tutti gli abitanti di Sedna per la verità, che erano in sua compagnia, aveva deciso di chiamare un numero scritto su di un cartello, che recava la frase “torno subito”.

Quel numero apparteneva al nostro amico Chance solo qualche decennio prima. Il sednano chiamava infatti dal futuro lamentando di non trovare altri abitanti a cui richiedere spiegazioni.

Eravamo spariti dalla faccia della Terra senza che nessuno ne conoscesse la ragione. L’unico capace di risolvere questo districato enigma era lui: Last Chance, l’ultima possibilità.

Inizia così un dialogo surreale fatto di incomprensioni, richieste di matrimonio e incontri con Dio. Ci saremo ancora o sprecheremo con la nostra stoltezza (famosa in tutto l’universo, tra l’altro) l’ultima opportunità? Ai posteri l’ardua sentenza direbbe il Manzoni ma essendo il libro ispirato alla famosa saga di Douglas la risposta sarà, ovviamente, più assurda e paradossale.

 

Libro spassosissimo che ti consiglio caldamente di leggere soprattutto in vista di un Natale che si prospetta solitario. Ti aiuterà a trascorrere dei momenti di pura ironia e di riflettere sul nostro mondo e sulla sua interplanetaria assurdità.

La storia narrata nel libro “lo schiavo Patrizio” si muove sullo sfondo di una Venezia antica, una città marinara e internazionale. Contro di lei i turchi e il potente Impero Ottomano che la sfidano nella celeberrima battaglia di Lepanto.

Lo schiavo patrizio

 

Il protagonista del racconto è Alvise Zorzi figlio di un ricco patrizio veneziano e fratello di Pietro Zorzi. Quest’ultimo ha un rapporto conflittuale con Alvise perché gli invidia la sua audacia, la sua estroversione e la spensieratezza. Lui, invece, è un’anima meditabonda affetto da menomazioni fisiche dovute da un attacco di vaiolo in tenera età.

Crescendo i due prendono strade diverse: Alvise va in cerca di fortuna per mare mentre Pietro si butta in politica. Nonostante l’allontanamento un destino infingardo ravviva i dissapori mai cancellati proprio nel momento in cui i fratelli potevano avvicinarsi.

Pietro si unisce in matrimonio, secondo le leggi di manipolazione aristocratica dell’epoca, a una giovane ragazza dalla bellezza esotica e sfolgorante. Appena Alvise pone il suo sguardo nell’oscurità degli occhi lucidi di quella fanciulla, se ne innamora perdutamente.

Questa attrazione clandestina aumenterà l’acredine e porterà i due fratelli nuovamente l’uno contro l’altro. Alvise verrà ridotto in schiavitù dai Turchi a seguito di una battaglia persa in mare e, come un riscatto insperato, Pietro ne approfitterà per operare la sua vendetta.

Sebbene il commissario turco richieda la liberazione di Alvise a fronte di un pagamento, Pietro lo abbandonerà al suo triste destino, senza riscattarlo.  Inizierà per entrambi una vita di sofferenza: l’uno come schiavo e l’altro tormentato dai rimorsi.

Recensione del libro

 

Il libro è affascinante e magnetico perché si muove sullo sfondo di una Venezia antica quando il doge era la massima autorità in carica. Si sposta, poi, nel nord Africa, in Turchia e in India, portando il lettore a conoscere altre vicissitudini storiche di città decadute e mai più risorte. Alla verità storica si contrappone la finzione letteraria che non va mai a cozzare ma anzi si intreccia in modo esemplare esaltandone i fatti.

I personaggi si susseguono amplificando il senso e la trama, omaggiando così i lettori di momenti di suspence e speranza. Al termine si prova una sorta di lutto come quando finisce un viaggio e si devono abbandonare quei scenari che ci hanno così tanto incantato. 

 

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Viaggiare leggeri è un modo di essere, di girare il mondo e di esprimere la propria personalità e le mille sfaccettature del carattere. L’insegnante di leggerezza è una ragazza che ha vissuto a metà degli anni ’50 e che decise di girare il mondo con una sacca, senza soldi e molta tenacia.

Oggi pare quasi un’avventura normale ma l’idea patriarcale che gli uomini avevano nei confronti delle donne non permettevano ai quei tempi questo genere di bravate.

Katharina Von Arx

 

Solo che la nostra eroina era arcistufa dei preconcetti maschilisti e si annoiava a morte nei circoli letterari viennesi. E pensare che aveva lasciato una sonnacchiosa provincia svizzera per trasferirsi nella gloriosa città teutonica…

Ma ancora una volta era rimasta delusa dalla prepotente immagine maschile che imperava anche negli ambienti in cui viene richiesta una certa dose di estro e sensibilità.

Le sue parole furono, se vogliamo, ancora più esasperate:

 

“Le donne potevano avere talento, ma non genio. Per noi donne la cosa non aveva nessun senso, visto che non c’era la più pallida speranza di diventare un Michelangelo; perché Michelangelo era un uomo. Uomini, uomini… sempre e solo uomini”.

 

Decise così di partire in cerca di nuovi orizzonti che le aprissero spazi in cui muoversi finalmente libera. Scelse l’India dove approdò carica di energia, speranze e curiosità.

 

Viaggiare nel mondo inseguendo i sogni come questa bambina che osserva l'infinità del mare

 

Il viaggio

 

La comunità indiana, però, non poteva certo marchiarsi di essere aperta al mondo femminile ma anzi piuttosto ligia alle credenze popolari e ai pregiudizi antiquati.

Sì trovò, ahimè, in situazioni paradossali per scansare pretendenti che volevano approfittare della sua solitudine e libertà. Viaggiare leggeri, a quanto pareva, assumeva significati diversi in base alle persone che incontrava.

Per lei significava togliersi di dosso una zavorra sociale che non la faceva respirare, per il sesso maschile, ma anche un alta percentuale di donne, indicava disponibilità e libertinaggio.

Neanche cambiare stato la aiutò a eliminare tutte le avances a cui era sottoposta, perché anche se il terreno appare diverso in base alla coltura non è detto che sia mutato il lavoro del contadino.

Attraversò l’Egitto, l’India, la Cina, il Giappone e le idee non cambiavano sostanza trasformando solamente la forma in cui venivano velatamente espresse.

Approdò, infine, in America dove ritrovò un po’ di pace ma anche la stanchezza di un lungo viaggio che le aveva comunque lasciato qualcosa. Un sogno realizzato grazie a una fuga, un modo per dimostrare agli uomini che l’essere donna nasconde un universo di libera consapevolezza.

Conclusioni

 

Sono passati quasi 70 anni dalla stesura del libro e ho ritrovato molte assonanze con il mondo moderno. Ho dovuto schivare anch’io, più volte durante un viaggio, delle proposte indesiderate da parte degli uomini.

Pare quasi che il solo fatto di viaggiare libere implichi automaticamente anche una certa disponibilità amorosa… Quello che gli uomini non sanno, o fingono di non capire, è che anche la donna soffre la chiusura e necessita quindi di soddisfare una curiosità. È un viaggio introspettivo e personale atto ad abbattere le sovrastrutture sociali a cui noi donne dobbiamo silenziosamente obbedire.

Un modo per evadere dalla pesantezza del pensiero maschile che soffoca e indebolisce. Quindi, uomo, quando vedi una donna viaggiare leggera, in solitaria, non pensare che cerchi solo compagnia ma lasciala fare il suo ballo. Se avrà desiderio di un cavaliere sarà lei stessa a chiedertelo.

Se vuoi leggere il racconto lo trovi a questo link:

Scegliere un libro per ogni viaggio è un modo per non dimenticare i bei momenti vissuti durante un’esperienza vacanziera. Io lo faccio sempre e quando incontro un titolo che mi ha fatto compagnia in automatico salgono in superficie le emozioni e le sensazioni provate.

Libri e viaggi

 

Durante il mio soggiorno di 4 mesi a Malta per una work experience in una web agency ho letto la saga completa di “Harry Potter“. Una serie già di per sé epica ma divenuta ancora più emozionante collegata al contesto che stavo vivendo.

Per la verità in quel periodo mi sentivo emozionalmente disequilibrata e la mia permanenza all’estero è stata più impegnativa rispetto alle altre volte.

Mi sono impegnata per terminare tutti e sette i libri in tempo perché volevo che, in qualche modo, la Rowliniana lettura fosse strettamente collegata a quell’isola affascinante del Mediterraneo.

E ci sono riuscita! Ora, quando mi capita di vedere i personaggi, i film, le copertine dei libri o qualsiasi altro riferimento è inevitabile ripensare a quelle sensazioni traballanti del mio cuore. Ciò serve anche a ricordare la transitorietà delle cose e l’impermanenza delle emozioni. 

Mi basta pensare a Daniel Radcliffe per sapere come risalire la corrente nel caso dovessero ripresentarsi le stesse situazioni. Ovviamente non ricordo solo i momenti più cupi ma anche il senso di libertà e la voglia di curiosare quell’angolo di mondo ancora sconosciuto.

 

Leonardo diceva che in gioventù dobbiamo collezionare i ricordi per trascorrere con gioia la vecchiaia, così li possiamo evocare associandoli a una sorta di “aggancio mentale”.

 

l'acqua blu di comino con due ragazze che osservano il mare nella top 10 di malta

 

Un libro per ogni viaggio dovrebbe essere il leitmotiv di tutti noi. Tiziano Terzani sosteneva che:

 

“I libri sono stati i miei grandi amici, perché non c’è di meglio che viaggiare con qualcuno che ha fatto già la stessa strada, che ti racconta com’era per paragonare, per sentire un odore che non c’è più, o che c’è ancora”.

 

Facciamolo anche in concomitanza a certi eventi particolari della nostra vita come adesso che stiamo vivendo un isolamento forzato a causa del coronavirus.

Scegliamo un titolo per attaccarci a quello che stiamo vivendo sia a livello esperienziale che emotivo affinché, quando tutto ciò sarà terminato, non dimentichiamo i pensieri che hanno attraversato la nostra mente guidandoci verso la fine di questo incubo. Io ho scelto di leggere la saga delle “nebbie di Avalon” e tu?

Di essere un viaggiatore Boccadoro non lo sapeva se non fosse stato per Narciso che più di chiunque altro gli seppe leggere il cuore. Avercene di amici così, direte voi, ma si sa che le storie della letteratura sono sempre più leggendarie rispetto la realtà.

Hermann Hesse

 

L’autore del bellissimo romanzo è Hermann Hesse, scrittore di origini tedesche che vinse meritatamente, a mio avviso, il Premio Nobel per la Letteratura nel 1946.

Solo i libri facenti parte della letteratura tedesca mi lasciano al termine svuotata; la loro scrittura è talmente intesa, simbolica, quasi esoterica, da richiedere un esame di coscienza prima di chiudere definitivamente la novella.

Mi sono sentita allo stesso modo con i libri di Thomas Mann, per non parlare poi di Goethe che con “Le Affinità Elettive” e “I dolori del giovane Werther” mi ha letteralmente stregata, tanto da costringermi a rileggerli più volte.

Hermann Hesse aveva un’attrazione per il misticismo, la spiritualità e in particolare dai vari concetti che caratterizzano la filosofia orientale.

La sua non fu un’esistenza facile e in giovane età tentò addirittura il suicidio. Visse fra la Germania e la Svizzera seguendo una rigida educazione impartitagli dalla famiglia natale.

Cercò supporto e aiuto nella scrittura, la quale lo ricompensò facendogli ricevere numerosi riconoscimenti. Intraprese anche un viaggio verso l’India che però non vide a causa di un malessere fisico e navigò verso l’isola di Ceylon.

Nonostante la disavventura quella parte del mondo gli rimase nel cuore perché le dedicò due libri: Dall’India e Siddharta, trasferendo tutto il suo sapere e interesse verso la cultura orientale.

Si portò sempre appresso, però, una depressione latente, difficile da cancellare, che a momenti esplodeva rendendogli la salute sempre più cagionevole.

Morì a causa di un’emorragia cerebrale nel 1962 a seguito della leucemia nel piccolo paese di Montagnola in Svizzera. A lui è dedicato un percorso che da Montagnola va ad Agra.

 

Foto di Hermann Hesse

 

Recensione Narciso e Boccadoro

 

Era da tanti anni che conservavo nella libreria il racconto di Hesse senza mai decidermi di iniziarlo. L’inverno porta sempre desiderio di introspezione e quasi istintivamente l’ho preso in mano, decidendomi di leggerlo.

Penso sia arrivato al momento giusto perché mi ha fatto scoprire una trama inaspettata e una storia intensa che mi ha colpito per la ricchezza di contrasti.

L’ho letto a casa, senza nessun viaggio in programma, perché è un testo che in qualche modo ti spinge a muoverti seguendo finalmente la giusta direzione.

 

Viaggiatore Boccadoro non me l’aspettavo, eppure incarna molti di noi. Di contro, l’amico Narciso, incarna l’altra parte del mondo, quella con cui ci si scontra.

 

Loro due no, però, riescono a trovare un appiglio comune e grazie proprio alle loro diversità instaurano un’amicizia sincera, audace e calorosa. Sarà di aiuto a entrambi, fino alla fine.

Il viaggiatore Boccadoro fu lasciato dal padre in un monastero dove subito fece amicizia con Narciso: senza saperlo i due non potevano essere così diversi l’uno dall’altro.

Narciso, abile a leggere le anime delle persone, vedeva nella remissione dell’amico una recondita indole ribelle che l’avrebbe prima o poi fatto allontanare dal suo luogo di detenzione.

 

C’era una storia che Boccadoro aveva dimenticato fra le pieghe del suo cuore ed era legata alla figura materna, fuggita da casa per esplorare il mondo. 

 

Fu proprio Narciso a farla emergere rivelando all’amico il suo vero sé. Subentrò allora una crisi esistenziale che si risolse con la fuga dal monastero, appoggiata da Narciso che chiese solo di rivederlo ancora.

Iniziò così un viaggio all’insegna della dissolutezza, dell’avventura, del mistero e della ricerca al fine di ritrovare un equilibrio che si era andato a spezzare con il ricordo emerso della madre.

Boccadoro scoprì la passione per l’arte e l’intaglio del legno diventandone maestro presso un artista conosciuto strada facendo. Conobbe la gente di strada: persone che lo tradirono e altre che lo amarono.

Perché il viaggio è anche questo: una conferma di ciò che siamo, una ricerca di quello che vorremmo essere o la consapevolezza di non diventare mai quello che vorremmo. Il resto del romanzo non te lo voglio raccontare perché Hermann Hesse è un autore che va letto, lo merita la sua scrittura.

Trovi il libro qui

La recensione del libro la Danzatrice di Seul è scritta dopo aver trascorso qualche serata in compagnia di Jin, la protagonista del romanzo. La storia è ambientata in Corea attorno all’anno 1890 ed è stata scritta dall’autrice Kyung-Sook Shin.

Riassunto del libro

 

Non sapremo mai qual è il vero nome della ballerina perché la sua nascita non fu fra le più fortunate. Il racconto è tratto da una storia reale ma nascosta da così tanto tempo da non lasciarne quasi traccia.

Yi Jin è orfana di genitori ma viene mandata a vivere all’interno di un orfanotrofio. Troverà una donna pronta a farle da madre e altri bambini che vivono nella sua stessa condizione.

Col passare degli anni farà la sua comparsa un prete francese in compagnia di un bambino, anch’esso solo. Entrambi conquisteranno il cuore della giovane, l’uno con le parole di un linguaggio a lei sconosciuto e l’altro con il candore della sua anima.

Conoscerà la regina che richiederà i suoi servigi a corte come prima damigella e ballerina. Yeon, il suo amico, imparerà a suonare il daegeum, lei si scoprirà danzare leggera come una farfalla.

Il destino, però, segue i suoi piani che spesso non corrispondono a quelli che serbiamo in noi stessi. Alcuni anni più tardi si ritrova a Parigi, in compagnia di un diplomatico e dovrà reinventarsi una vita o meglio trovarne una.

Perché non è semplice essere un orientale in terra europea, il divario della cultura le apparirà come un muro insormontabile da superare e ne soccomberà. Tornerà libera di danzare come un bruco trasformatosi in farfalla che dovrà prima imparare a stendere le ali verso il cielo.



Recensione del libro la Danzatrice di Seul

 

I romanzi orientali spiccano per le qualità di eleganza, compostezza e delicatezza che mancano agli autori occidentali. Usano come metro di giudizio la natura e le sue più impercettibili sfumature riportando paragoni deliziosi e piacevoli.

Sanno anche andare però, in profondità, esaminando le pieghe più recondite del cuore rivestito di sentimenti non sempre veritieri. Jin spicca nel mondo per la sua impermanenza e fragilità; tutti la vogliono ma lei non può appartenere a nessuno, neanche a sé stessa.

Trova una via di fuga a Parigi, la terra della libertà, dell’uguaglianza e della fratellanza. Ben presto però si rende conto che non basta appropriarsi di una cultura per sentirsi a casa ma si deve aver donato prima la propria essenza. La solitudine che attanaglia ognuno di noi si fa più dolorosa nella lontananza e accresce l’incomprensione.

“Bisogna essere forti per essere liberi in qualsiasi circostanza” sembra bisbigliare il libro, “siamo fiammelle in balia del vento pronte ad accendersi o a spegnersi per sempre”. Trovi il libro in vendita su Amazon a questo link

Ti lascio la recensione del libro Japonisme che ho appena terminato di leggere affinché tu possa scoprire un gioiellino dedicato al Giappone.
Si tratta di una raccolta delle più interessanti arti del Giappone che ti faranno volare con la mente all’ombra di una pianta di ciliegio mentre cerchi di assimilare il contesto che ti circonda.

Erin Niimi Longhurst

La scrittrice è giapponese da parte di madre e inglese da parte di padre. Ha vissuto molti anni a New York e ora si è trasferita a Londra. Questo è il suo primo prodotto editoriale ma lavora già da tempo come blogger e social media manager per enti no profit, associazioni e fondazioni.

Ha raccolto le tecniche insegnatele dai suoi parenti per far conoscere alcuni metodi giapponesi utili ad affrontare la vita sociale, personale e lavorativa. Il suo blog (www.islandbell.co.uk) è dedicato ai viaggi, alla cucina e al life style.

Recensione del libro Japonisme

 

Japonisme è dunque un acronimo che raccoglie le metodologie che guidano il lettore attraverso l’affascinante filosofia giapponese del vivere bene.

  • KOKORO dedicata al cuore e alla mente
  • KARADA dedicata al corpo
  • SHUKANKA spiega come sviluppare un’abitudine

 

Fra le tradizioni citate nella parte del KOKORO c’è l’Ikigai ossia il nostro scopo nella vita, il Wabi Sabi ovvero l’accettazione del cambiamento, e, infine, il Kintsugi, la capacità di accogliere le difficoltà e la sofferenza.

Nel capitolo dedicato al KARADA si scopre, invece, la pratica dello Shinrin Yoku, tradotto come “il bagno di foresta” che ci permette di entrare in connessione con la natura.

 

wabi sabi (recensione del libro japonisme)

 

Possiamo farlo con l’Ikebana, la disposizione consapevole dei fiori, il Tabemono o cibo, che prima di essere consumato deve essere compreso in ogni sua più piccola parte. Ad esso si può accompagnare l’Ocha, la cerimonia del tè, che segue delle sequenze rigorose atte a portare l’armonia, il rispetto e la purezza.

Infine l’Onsen, altra pratica di purificazione attraverso i bagni termali e il Shodo, la via della calligrafia, un ottimo sistema per migliorare la propria disciplina personale.

L’ultima parte, la SHUKANKA, è dedicata interamente al concetto di Kaizen che si prefigge l’obiettivo di consolidare le abitudini al fine di darci una disciplina (approfondisci l’argomento qui).

Il termine viene spesso usato in ambito aziendale ma è attuabile anche singolarmente per migliorare le prestazioni. Un assemblaggio di concetti giapponesi complessi che richiedono approfondimento e studio.

Il nome Giovanni Battista Belzoni non ti dirà molto eppure è un padovano divenuto famoso in tutto il mondo grazie alla sua intraprendenza. A Padova esiste una via a lui intitolata anche se la storia l’ha dimenticato; non certo gli appassionati di arte che devono a lui numerose opere ritrovate.

Ti presento Giovanni Battista Belzoni

 

Giovanni Battista Belzoni nacque a Padova e da adolescente si ritrovò sotto la dominazione austriaca. Padova in quel periodo viveva un’esistenza prospera sotto la Repubblica di Venezia.

Ma arrivò da lontano, o meglio da Oltralpe, un personaggio che avrebbe cambiato involontariamente per sempre la sua vita, ossia Napoleone Bonaparte.

Il carismatico francese sfasciò il delicato equilibrio politico della Repubblica di Venezia che si reggeva sulla politica dei dogi e portò una ventata di libertà a chi non apparteneva alla religione cattolica. Al grido di Liberté, Egalité e Fraternité conquistò il dominio veneziano per poi cederlo come omaggio agli austriaci.

Belzoni mal tollerava i cugini francesi mentre invece aveva una venerazione per gli inglesi. Da studioso di ingegneria idraulica, si era specializzato sulla costruzione di dighe, ma non gli aveva portato fortuna.

Dopo aver girovagato per l’Europa in compagnia del fratello approdò a Londra dove si inventò la professione di commediante. Trascorse anni a interpretare personaggi di ogni tipo, facendo divertire gli avventori con fantastiche storie. Trovò moglie e un maggiordomo irlandese che lo avrebbe seguito per tutta la vita.

 

foto di giovanni battista belzoni con la barba lunga e uno scialle in testa, occhi dolci e sguardo verso il basso

Foto ritratto dal web di Giovanni Battista Belzoni

 

Da attore a spia

 

Poi la sua vita cambiò improvvisamente. Si spostò a Malta e lì incontrò un personaggio di spicco degli affari interni inglesi che gli propose un viaggio in Egitto.

Napoleone, approdato anch’egli in quelle terre desertiche ma ricche di reperti archeologici di notevole valore, aveva risvegliato l’interesse europeo per la storia dell’antico Egitto.

L’Inghilterra, nemica da sempre dei francesi, non poteva permettere di farsi soffiare dei reperti così importanti e diede inizio a un gioco internazionale di spie.

A quel tempo c’erano tre grandi potenze che si contendevano l’Egitto: la Francia, l’Inghilterra e l’Impero Ottomano. Gli scavi archeologici erano un pretesto per scovare giacimenti di oro e piantagioni di cotone. Entrambi fonte di arricchimento del prossimo futuro; inoltre lo stato africano era una via di passaggio per le Indie.

In questo contesto arrivò Giovanni Battista Belzoni che si fece conoscere per la sua caparbietà nel ritrovare oggetti e statue egiziane di immenso valore. A lui sono dovuti i ritrovamenti della testa di Ramses II, obelischi e innumerevoli altri reperti.

Il suo genio fu proprio quello di far arrivare queste monumentali opere a Londra, affrontando tutte le difficoltà del viaggio e ingegnandosi nel trovare una soluzione.

Diventò famoso in tutto il mondo e fu riconosciuto, in tempi successivi come una delle figure di primo piano dell’egittologia mondiale. E ispirò anche il regista George Lucas a inventare il famoso personaggio di “Indiana Jones”.

 

foto tratta da uno dei film di Indiana Jones

Foto dal web

L’italiano più famoso del mondo. Vita e avventure di Giovanni Battista Belzoni

 

Puoi conoscere in modo più dettagliato la vita di Giovanni Battista Belzoni proprio nel libro a lui dedicato, scritto da Gaia Servadio. Scoprirai così che il ‘Times’ definisse Giovanni Battista Belzoni “l’italiano più famoso al mondo”, o meglio in tutta Inghilterra.

Seguirai passo passo il ritrovamento della testa di Ramses II, oggi conservato al British Museum, una decina di tombe nella Valle dei Re, tra cui la magnifica Tomba di Sethi I e gli scavi nei grandiosi templi di Abu Simbel dove scoprì ingressi fino ad allora sconosciuti alla piramide di Chefren e allo stesso tempio di Abu Simbel.

Verranno citate anche altre fantastiche avventure fra cui il giro di perlustrazione a Berenice e in Nubia, dove perse la vita e dove fu l’unico al mondo a spingersi in quelle terre selvagge fino a quel momento.

Un racconto della vita di uno dei più avventurosi e determinati protagonisti dell’archeologia moderna. Morì solo e povero, abbandonato da chi lo aveva usato e sostenuto.

Essere un flaneur o una flaneuse è una vocazione personale e nasce in modo spontaneo da chi ricerca nel mondo la propria strada. Matura con l’esigenza di riportare l’ordine delle cose dall’esterno verso l’interno, al fine di trovare un proprio equilibrio.

Il flaneur è essenzialmente una persona che rifugge dal caos per ritrovarsi in presenza del mondo e di sé stesso attraverso la contemplazione dei particolari e dei dettagli che formano la dinamica di una città.

L’origine dell’essere un flaneur

 

Il flaneur nasce in Francia e più precisamente a Parigi, una città perfetta in cui passeggiare e attuare la ritenzione dei sensi. Diventa un personaggio letterario grazie agli autori che gli danno un’identità definita. Lo considerano, infatti, una persona errante, in balia dei suoi pensieri e completamente assorto dal momento presente.

Non definisce una meta ma vaga lungo la strada osservando ogni cambiamento, ogni minuzia che attira la sua attenzione. L’importante non è macinare chilometri ma trovare una sorta di quiete nel camminare, senza seguire un percorso preciso.

Si trattava inizialmente di un dandy, annoiato dalla vita di società e dalle sue regole tanto da dover spazzare via questo patema d’animo consumando le scarpe, opportunamente fatte a mano, e nascondendosi fra la folla.

Proprio questo mimetizzarsi gli dava la possibilità di sradicare l’idea del personaggio che si era creato all’interno del suo circolo, liberandolo definitivamente dalle maschere che lo intrappolavano.

Era un modo per soffocare il malessere di vivere: cambiando prospettiva e affannandosi a ricercare la bellezza in un monumento, in un sorriso di un passante, in un anfratto sconosciuto o in un progetto architettonico; riusciva in qualche modo a quietare la propria anima in subbuglio, placandola.

 

essere un flaneur

 

Essere un flaneur oggi

 

Ha senso di esistere ancora oggi il flaneur?

Certo! Egli si trova nelle vesti di una persona che cammina senza sosta e senza meta fra le vie cittadine, meravigliandosi della bellezza dell’ingegno umano. Non si entusiasma davanti a una vetrina ma dall’incontro improvviso con una chiesetta del ‘500.

La città ideale rimane sempre Parigi ma l’identità è cambiata. Quindi il flaneur deve ricercare altre località in cui la personalità non stia andando sbiadendosi a causa della globalizzazione e della furia architettonica passata.

Un’impresa piuttosto ardua, ma non impossibile, perché non importa il contesto quanto l’essenza dell’essere. Ogni città può diventare Parigi se la si osserva con gli occhi luccicanti di sorpresa e scoprendo l’assonanza che rivela con l’animo stesso.

In poche parole la sostanza non cambia: l’imperativo è perdersi per ritrovarsi, vagare per concentrarsi nel momento presente, osservare i dettagli per riconoscere le proprie imperfezioni, solo così l’animo può guarire dalle turbolenze del vivere.

Una tecnica di introspezione che allontana la mente da dentro proiettandola all’esterno, per poi, a causa di un particolare che attira improvvisamente l’attenzione, riportarla repentinamente all’interno, in modo del tutto inaspettato.

Un saliscendi di emozioni e di momenti sorprendenti. Un viaggiatore con un passaporto pieno di timbri, ma fatti di attimi scribacchiati dalle sensazioni.



Flaneur: l’arte di vagabondare per Parigi

 

Ho scoperto il personaggio del flaneur grazie al libro scritto da Federico Castigliano “Flaneur: l’Arte di Vagabondare per Parigi” in vendita su Amazon sia in versione cartacea che in ebook.

L’ho divorato in pochi giorni perché da subito ha attirato la mia attenzione per la capacità di descrivere non solo il flaneur ma anche la bellezza sottintesa di Parigi.

Il libro è suddiviso in capitoli che, adattandosi al profilo proprio del flaneur, possono essere letti anche in modo non ordinato. Ognuno di essi racchiude una linea di pensiero che viene conclusa con la fine del capitolo.

Sarà un piacere perdersi nella lettura come se tu stesso ti ritrovassi sulle strade di Parigi, voltando prima a destra e poi a sinistra, osservando i differenti stili presenti nella capitale francese.

Ti verrà voglia di prenotare il primo volo e di provare per davvero ad attraversare quei vicoli, ascoltando i rumori provenire dalle case o annusando gli odori che usciranno dalle finestre; fermandoti magari davanti a una pasticceria per assaggiare un macaron.

Ma soprattutto se dentro di te aleggia una forma di flanerie, ti sentirai finalmente compreso e orgoglioso di esserlo. Forse per la prima volta capirai che il “fare niente” è salutare e terapeutico, perché come dice l’autore nel libro:

 

Non perdo la strada, come fanno gli sciocchi o i turisti, piuttosto perdo me stesso,

mi libero per qualche ora del peso ingombrante del mio io“.