L'insostenibile leggerezza di essere un flaneur (o flaneuse)

L’insostenibile leggerezza di essere un flaneur (o flaneuse)

tour eiffel ed essere un flaneur

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Essere un flaneur o flaneuse è un modo di essere e nasce come vocazione spontanea da chi ricerca nel mondo la propria strada o via. Nasce dall’esigenza di riportare l’ordine delle cose dall’esterno all’interno, al fine di trovare un proprio equilibrio.

Il flaneur è essenzialmente una persona che rifugge dal caos per ritrovarsi in presenza del mondo e di sé stesso attraverso la contemplazione dei particolari e dei dettagli che formano la dinamica di una città.

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L’origine dell’essere un flaneur

 

Il flaneur nasce in Francia e più precisamente a Parigi, una città perfetta in cui passeggiare e attuare la ritenzione dei sensi. Diventa un personaggio letterario grazie agli autori che gli danno un’identità definita. Lo considerano, infatti, una persona errante, in balia dei suoi pensieri e completamente assorto dal momento.

Non definisce una meta ma vaga sulla strada osservando ogni cambiamento, ogni minuzia che attira la sua attenzione. L’importante non è macinare chilometri ma trovare una sorta di quiete nel camminare senza seguire un percorso.

Si trattava inizialmente di un dandy, annoiato dalla vita di società e dalle sue regole tanto da dover spazzare via questo patema d’animo consumando le scarpe, opportunamente fatte a mano e nascondendosi fra la folla.

Proprio questo mimetizzarsi gli dava la possibilità di sradicare l’idea del personaggio che si era creato all’interno del suo circolo, liberandolo definitivamente dalle maschere che lo nascondevano.

Era un modo per soffocare il malessere di vivere: cambiando prospettiva e affannandosi a ricercare la bellezza nell’ombra, in un sorriso o in un progetto architettonico, riusciva in qualche modo a ritrovare la propria anima in subbuglio, placandola.


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Essere un flaneur oggi

 

Ha senso di esistere ancora oggi il flaneur?

Certo! Egli si trova nelle vesti di una persona che cammina senza sosta e senza meta fra le vie cittadine, meravigliandosi della bellezza dell’ingegno umano. Non si entusiasma davanti a una vetrina ma all’incontro improvviso con una chiesetta del ‘500.

La città ideale rimane sempre Parigi ma l’identità è cambiata. Quindi il flaneur deve ricercare altre località in cui la personalità non stia andando sbiadendosi a causa della globalizzazione.

Un’impresa piuttosto ardua ma non impossibile perché non importa il contesto quanto l’essenza dell’essere. Ogni città può diventare Parigi se la si osserva con gli occhi luccicanti di sorpresa e scoprendo l’assonanza che rivela con l’animo stesso.

In poche parole la sostanza non cambia: l’imperativo è perdersi per ritrovarsi, vagare per concentrarsi nel momento presente, osservare i dettagli per riconoscere le proprie imperfezioni, solo così l’animo può guarire dalle turbolenze del vivere.

Una tecnica di introspezione che allontana la mente da dentro proiettandola all’esterno, per poi, a causa di un particolare che attira improvvisamente l’attenzione, riportarla all’interno.

Un saliscendi di emozioni e di momenti inaspettati. Un viaggiatore con un passaporto pieno di timbri, solo fatti da attimi che collimano con la nostra essenza.

 

Flaneur: l’arte di vagabondare per Parigi

 

Ho scoperto il personaggio del flaneur grazie al libro scritto da Federico CastiglianoFlaneur: l’Arte di Vagabondare per Parigi” in vendita su Amazon sia in versione cartacea che in ebook.

L’ho divorato in pochi giorni perché da subito ha attirato la mia attenzione per la capacità di descrivere non solo il flaneur ma anche la bellezza sottintesa di Parigi.

Il libro è suddiviso in capitoli che, adattandosi al profilo proprio del flaneur, possono essere letti anche in modo non ordinato. Ognuno di essi racchiude una linea di pensiero che viene conclusa con la fine del capitolo.

Sarà un piacere perdersi nella lettura come se tu stesso ti ritrovassi sulle strade di Parigi, voltando prima a destra e poi a sinistra, osservando le qualità che albergano nella capitale francese.

Ti verrà voglia di prenotare il primo volo e di provare per davvero ad attraversare quei vicoli, ascoltando i rumori provenire dalle case o annusando gli odori che usciranno dalle finestre, fermandoti magari davanti a una pasticceria per assaggiare un macaron.

Ma soprattutto se dentro di te aleggia una forma di flaneurie, ti sentirai finalmente compreso e orgoglioso di esserlo. Forse per la prima volta capirai che il “fare niente” è salutare e terapeutico, perché come dice l’autore nel libro:

 

Non perdo la strada, come fanno gli sciocchi o i turisti, piuttosto perdo me stesso,

mi libero per qualche ora del peso ingombrante del mio io“.

 

 

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