Leggende del Piave

Leggende del Piave: un fiume caro alla Patria che è stato dimenticato, sfruttato e completamente stravolto dal suo stato naturale. Percepisco un legame ancestrale con l’acqua: ogni volta che mi avvicino è come se volesse parlarmi per raccontarmi una storia che si è persa nello scorrere del tempo.

Così, di solito, accosto l’orecchio al gorgoglio del suo passaggio fra le rocce e rimango in ascolto. Ho udito le leggende che il Piave un giorno mi ha sussurrato e ho deciso di raccontartele…



La Rododesa

 

Sono venuta a conoscenza di una figura femminile silenziosa e affascinante che percorre le rive del Piave senza che anima viva la possa fermare né, tanto meno, incontrare.

Si chiama Redodesa e non si muove da sola ma in compagnia dei suoi dodici figli, i Redodesegoti. A sentire la tradizione sembrerebbe che la dodicesima notte fra Natale ed Epifania, ovvero il 5 gennaio, attraversi il Piave per andare a controllare le case della gente.

L’acqua, sempre minacciosa, in quel momento si cheta per lasciare libero il passaggio alla donna e sulla riva spuntano dei fiori profumati che, se raccolti, portano fortuna tutto l’anno.

Dove va Rododesa?

Passa di casa in casa affinché siano in perfetto ordine prima di festeggiare l’Epifania e controlla che la canapa, la lana e il lino siano stati filati entro l’anno vecchio.

E se così non fosse?

Punizioni e malevoli presagi si abbatteranno in quell’abitazione portando i semi di una sventura ma se sarà tutto in ordine la casa sarà sotto la sua protezione e difesa da una benedizione.

 

idromanzia

 

Idromanzia

 

Il Piave era un luogo perfetto per praticare l’idromanzia. Sassi ce ne erano in quantità e bastava cercarli per trovare i 3 adatti allo scopo. Uno doveva essere rotondo, l’altro quadrato e il terzo triangolare.

Venivano lanciati in acqua secondo questa sequenza e in base alla formazione dei cerchi concentrici si procedeva a leggere il risultato della divinazione. A svolgere tale attività erano le zobie o zobiane, il nome veneto delle streghe, da cui deriva anche il nome per giovedì.

Era anche il momento perfetto per compiere la sabba, gli incontri fra streghe, dove venivano eseguiti sortilegi e pratiche magiche intorno al calore di un falò.

Il Piave se le ricorda ancora quelle streghe perché lui le proteggeva dalla vista degli intrusi e allontanava chi, per caso, si trovava a passare da quelle parti…

 

Quercia il portale nel mondo fatato

 

La quercia del Montello 

 

Il Montello è un luogo abitato da esseri magici che si nascondono fra le cavità carsiche, gli anfratti delle rocce e i buchi creati in modo naturale nelle cortecce degli alberi.

Il portale da cui entrano ed escono è una quercia secolare e segna il punto di confine fra il mondo fatato e quello degli uomini. La pianta ogni anno combatte la sua battaglia contro l’agrifoglio per passare il testimone dell’anno vecchio a quello nuovo e viceversa.

Grazie a lei, gli animali qui si avvicinano e si nascondono cercando nutrimento e pace. Fra quelli avvistati si segnalano: serpenti, uccelli, cervi, nutrie, insetti, pesci, eccetera.

Ognuno di loro protegge il suo spazio personale senza entrare in conflitto con l’altro. L’uomo questo non lo sa o, forse, se lo è dimenticato, oberato com’è da futili e confusi pensieri.

Ma non è un problema perché ci pensano le ninfe lavandaie a pulire i panni macchiati dalle colpe degli uomini mentre le fate buone preparano il miele a chi saprà essere dolce tanto quanto quel cibo.

Lo spirito Massariol, invece, si diverte a far perdere la tramontana a chi attraversa il Montello, impededogli di trovare la via di uscita. Le fate dai piedi caprini, infine, vanno a bagnarsi sulle rive del Piave, nascondendosi non appena sentono avvicinare una qualche presenza estranea.


La pace per due capponi

 

Il fiume nasce al confine con il Friuli Venezia Giulia sul monte Peralba e sfocia sul mar Adriatico e più precisamente a Cortellazzo, una frazione di Jesolo.

Due comuni nel veneziano sono divisi dal Piave: uno è San Donà di Piave e l’altro è Musile di Piave. Anticamente erano dei villaggi rurali che nulla avevano a che fare l’uno con l’altro, fino al giorno di una terribile alluvione.

Fu talmente violenta da ridisegnare completamente i confini territoriali. La chiesa di san Donato prima sulla riva sinistra si ritrovò sulla riva destra entrando a far parte, involontariamente, della diocesi opposta.

I cittadini di san Donà si ritrovarono così senza patrono e ne furono sconvolti. Si rivolsero allora agli abitanti di Musile per poter festeggiare il loro santo e mantenere il nome del villaggio a lui dedicato.

In cambio avrebbero onorato il santo all’interno della chiesa passata sotto la giurisdizione di Musile previo pagamento annuale di due capponi belli sodi e in salute. Quasi ogni anno i due paesi riportano in auge l’usanza onorando il patto di amistà che era fu stipulato in quell’occasione.



La Piave

 

Fra le leggende del Piave fa capolino anche la storia dell’articolo cambiato da femminile a maschile dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. Insignito come “Fiume Sacro alla Patria”, fu testimone della battaglia contro l’avanzata austro-ungarica a seguito della disfatta di Caporetto.

I soldati italiani riuscirono in una missione impossibile proprio lungo la linea delle sue acque imponenti segnando la fine della controversia e la vittoria sul fronte.

A lui fu dedicata una canzone scritta da Giovanni Gaeta che fu l’inno nazionale italiano dopo la marcia reale dal 1943 al 1946, poi sostituito dall’Inno di Mameli.

La vittoria fu così eclatante che meritava, secondo Gabriele D’Annunzio, un nome altisonante che rendesse onore alla forza maschia e alla tenacia dei soldati. Si decise di apporre l’articolo maschile al posto del femminile, togliendo, però, il suo senso originale di nutrimento e fertilità.

 

***

 

Le ultime parole che il Piave quel giorno che mi bisbigliò, prima di tacere per sempre, furono le stesse pronunciate in un articolo dal giornalista Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera:

 

“Piave, fiume simbolo del coraggio, dell’eroismo, del patriottismo degli italiani.

Fiume simbolo, oggi, della loro cecità”.

 

Ha ragione il Piave nel sostenere che l’abbiamo dimenticato?

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