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La Ruta Puuc maya è una strada che attraversa varie località, le quali simboleggiano il patrimonio di storia e di cultura nativa messicana. La via può essere visitata partendo da Mérida oppure da Campeche.

Si tratta di un percorso di siti archeologici dislocati lungo una linea lunga 48 chilometri. Il sito più grande e anche il più visitato è Uxmal, i siti minori sono Xlapak, Sayil, Kabah e Labná.

La bellezza di questi luoghi è commisurato al panorama selvatico in cui sono ubicati. Non hanno mai un afflusso eccessivo di turisti e questo permette ai visitatori di godere di un incontro storico unico.

La mia esperienza a Uxmal

 

L’unico sito che ho visitato della Ruta Puuc maya è Uxmal. Sono partita in corriera da Mérida e sono arrivata all’ingresso del sito nel giro di un’ora. Purtroppo, le condizioni atmosferiche non erano delle migliori: pioveva a dirotto ed ero senza ombrello.

Per cui, prima ancora di acquistare il biglietto di entrata, mi sono fermata in una bancarella ad acquistare l’impermeabile. I messicani, sempre solerti e pronti per ogni evenienza, avevano una gamma di scelta di colori pressoché infinita.

Gli impermeabili erano di tante tonalità diverse ma dello stesso spessore: sottili come un foglio di carta. E infatti, ho subito fatto un taglio con il biglietto d’ingresso!

Quando però sono entrata e mi sono trovata davanti la Piramide del Adivino, mi è subito scesa la mascella. La magnificenza della struttura mi ha colpito dritto al cuore e ha steso i miei sensi.

Avevo già avuto l’occasione di visitare la Piramide di Chichén Itzá e l’avevo trovata piuttosto scenografica ma l’ho fatto insieme a una bolgia di persone, rovinando definitivamente l’effetto sorpresa.

Uxmal invece è unica ed è poco frequentata; pertanto è ammantata da questa aurea di sacralità che avvolge in maniera totale l’attenzione. E questa imponente piramide si trova appena entrati nel sito per cui non si ha neanche il tempo di abituare gli occhi a tanta bellezza.

La sua altezza raggiunge i 30 metri e una ripida scalinata centrale porta all’ingresso del tempio. Ovviamente l’ingresso è precluso ai visitatori per una questione di sicurezza e di conservazione.

La piramide si porta dietro una strana leggenda: pare infatti che sia stata edificata in una sola notte dalle mani magiche di un nano. Nessuno sa da dove tragga origine la leggenda ma è talmente originale che pare quasi vera.

 

statua in legno maya all'ingresso a Uxmal

 

Segue un’altra struttura, il Cuadrángulo de las Monjas (Quadrilatero delle Monache), di 4 sezioni con un totale di 74 stanze. Le facciate sono decorate con immagini delle divinità Chaac (Dio della pioggia) e Quetzalcóatl, il Dio serpente piumato. Attorno dei ghirigori e motivi geometrici.

Non ancora parca della vista di queste due spettacolari strutture ho proseguito scoprendo il Palacio del Gobernador (Palazzo del Governatore) emblema della civiltà Puuc con annessa Casa de las Tortugas (Casa delle tartarughe) che si trova nei pressi del Palazzo.

La Gran Piramide sovrasta in altezza la Piramide dell’Indovino di oltre 2 metri ed è stata riportata alla luce solo la parte frontale. Il resto è ancorato alla selva che la preserva dalla modernità.

Non poteva mancare il campo da gioco della pelota, tipica area di ricreazione delle piramidi maya. Altre strutture collegano il sito al culto del Dio della Pioggia ed effigi di animali, come i giaguari, sovrastano le zone dei cerimoniali.

È difficile descrivere a parole la maestosità del sito soprattutto per chi non ha mai visitato le piramidi maya. E ancora più complicato è riuscire a trasmettere il senso di sacralità che vi aleggia intorno. Vale la pena visitare Uxmal perché difficilmente si potrà godere di un incontro diretto con la Civiltà Maya, se non attraversando la Ruta Puuc maya.

 

quadrilatero delle monache a Uxmal

Le piramidi minori della Ruta Puuc Maya

 

Le piramidi minori della Ruta Puuc maya sono difficili da raggiungere con i mezzi pubblici, solo Uxmal si raggiunge in corriera da Mérida o da Campeche con la linea Autobus Sur.

I biglietti si possono acquistare direttamente alla stazione delle corriere e tramite la compagnia ADO che dirige tutte le compagnie di autobus minori (puoi comprare online il biglietto sul sito di Rome2Rio). Per le altre piramidi invece bisognerà prenotare un tour organizzato o noleggiare una macchina.

Il secondo sito in ordine di importanza è Kabah che è collegato dalla tipica sacbé, la strada bianca che collega i siti della Ruta Puuc maya. Anche qui troviamo la Gran Piramide e il Palacio, chiamato anche Teocalli.

Il Palazzo non è un edificio come lo intendiamo secondo lo stile della nostra architettura europea ma una piramide sulla cui cima poggia un tempio, in cui si svolgevano i rituali religiosi.

Il Tempio de los Mascarones o il Codz Poop è l’edificio più importante del sito. In una delle facciate viene rappresentata per ben 250 volte l’effige di Chaac, il Dio della pioggia, intervallato da altrettante figure geometriche.

Nello stesso stile Puuc troneggiano maestosi edifici precolombiani anche negli altri siti archeologici di Xlapak, Sayil e Labná. La popolazione Puuc, una frangia della più grande Civiltà Maya, si era insidiata intorno a Mérida dando vita a uno stile pressoché unico del genere.

Questo è un motivo in più per visitare non solo le classiche piramidi che vengono più spesso pubblicizzate ma anche quelle tracce del tutto originali ed emblematiche che punteggiano le varie località messicane.

 

effige maya

 

Punto e Viaggio ti consiglia di fare un salto virtuale:

L’estinzione dei dinosauri ha nel cuore della sua teoria due località in comune: Gubbio e Porto Chicxulub in Messico. Esattamente in questi due luoghi, agli antipodi, lo scienziato Walter Álvarez confermò la teoria sull’estinzione dei dinosauri a causa di un meteorite o di una cometa.

Fino a quel momento, infatti, la teoria sulla fine dei dinosauri era solo una supposizione claudicante perché non avvallata da prove. Ma grazie a un soggiorno a Gubbio e una conferma in Messico si poté finalmente ufficializzare la prova.

Un giorno nel Cretaceo

 

Era un giorno operoso simile agli altri già trascorsi nel Cretaceo e i dinosauri si sollazzavano alla ricerca di nuove prede. Videro comparire un bagliore nel cielo ma non ci fecero caso. D’altronde, come avrebbero potuto spiegarselo?

Quando all’improvviso la Terra cominciò a tremare, a sussultare, a crepitare. Un calore improvviso sommerse ogni forma di vita e poi arrivò un suono lancinante capace di perforare qualsiasi timpano.

Una meteora o una cometa, non è ancora stato appurato, entrò nell’orbita della Terra cadendo nella penisola dello Yucatán, in Messico. Causò maremoti, terremoti e sconvolgimenti climatici di tale intensità che ci vollero milioni di anni prima che la vita riprendesse il suo normale corso.

L’era del Cretaceo terminò e con essa la dinastia dei dinosauri, sebbene i suoi discendenti svolazzino ignari ancora attorno a noi.

 

termine del Cretaceo

Walter Álvarez

 

Il ripasso è necessario per introdurre un personaggio: il geologo e archeologo nato a Berkeley, negli Stati Uniti, Walter Álvarez. Fu lui assieme al padre Luis Álvarez, tra l’altro Premio Nobel per la fisica, ad accertare la verità della teoria.

Il soggiorno in Italia di Walter lo portò a visitare la Gola del Bottaccione a Gubbio. Notò che alcune rocce conservavano gusci di creature chiamate foraminiferi, dei predatori piuttosto piccoli che vivono nel plancton oceanico.

Solo che i foraminiferi più complessi si trovavano sotto un’ipotetica linea che li separava dai cugini dall’organismo più semplice. E seguendo le indicazioni e gli studi fatti dalla studentessa Isabella Premoli Silva, stavano a indicare due epoche geologiche completamente diverse.

I foraminiferi più complessi vivevano nel Cretaceo, quelli più semplici nel Paleogene. Tra questi periodi, composti da milioni di anni, si era manifestato l’ipotetico collasso terrestre e la conseguente estinzione di massa.

I geologi erano anni che si arrovellavano riguardo il fenomeno. Ma fu per primo Walter Álvarez a capire che la chiave per risolvere il mistero una volta per tutte era nascosta in quella sottile linea di argilla.

E l’occasione di confutare definitivamente la tesi capitò in seguito al rilevamento dell’iridio. Il materiale è comune nello spazio ma molto raro sulla Terra. Quindi, com’era possibile che su quella linea ci fosse una tale quantità di iridio?

Per sicurezza si spostò in Danimarca, in una zona sul mar Baltico, in cui esistono rocce che si accavallano fra il Cretaceo e il Paleogene e anche qui trovò la stessa enorme quantità di iridio. Tanto bastò per confermare la tesi.

 

fossili

La teoria sull’estinzione dei dinosauri viene confermata

 

Nel 1980 padre e figlio Álvarez, in collaborazione con i colleghi Helen Michel e Frank Asaro, pubblicarono la teoria sull’estinzione dei dinosauri sulla rivista “Science”.

Lo studio fece scalpore e i più scettici si opposero, affermando che la dinastia dei dinosauri era già in procinto di sparire anche senza la comparsa del fenomeno catastrofico.

Ma alla fine degli anni novanta si trovò il cratere nella penisola dello Yucatán, vicino a Progreso, seppellito sotto milioni di sedimenti. Tra l’altro il segreto era ben custodito dai geologi delle compagnie petrolifere, i quali erano già a conoscenza del cratere.

Quando il cratere Chicxulub il più grande della Terra venne ritrovato, a Puerto Chicxulub appunto, fu inevitabile accettare la teoria sull’estinzione dei dinosauri degli Alvarez.

Per i dinosauri non ci fu scampo ma in compenso quando il clima si acquietò e l’ambiente divenne vivibile tornò a prosperare la vita in forma di animali più piccoli e questa volta meno voraci. Fino a quando non arrivò, ahinoi, l’uomo.

I dinosauri, comunque, non sono del tutto scomparsi ma sopravvivono in forma diversa e meno appariscente: li puoi osservare tutti i giorni saltellare e svolazzare da una pianta all’altra sotto forma di uccelli.

 


Letture consigliate per approfondire l’argomento:

 

Confutare la teoria sull’estinzione dei dinosauri visitando:

Gli episodi da viaggiatrice divertenti vissuti nei vari viaggi mi hanno insegnato a non prendermi troppo seriamente. Per questo te li voglio raccontare, con la speranza di riuscire a strapparti almeno un sorriso.

Passion Kenya

 

Nel 2013 sono stata in vacanza per ben due volte in Kenya: a febbraio e a settembre. Durante le vacanze di febbraio – trascorse in compagnia di una mia amica – decidemmo di pranzare in un ristorante in spiaggia. Il menu fu molto semplice: riso, pesce e frutta come dessert.

Tra la frutta figuravano i frutti della passione che io avevo assaggiato, credo, solo una o due volte nella mia vita. Come li misi in bocca mi inebriai dal loro sapore dolce e leggermente acido. Il gusto era potenziato dal corretto clima e dalla magica terra rossa dell’Africa. 

Erano così succosi da risultare irresistibili e visto che ero l’unica ad apprezzarli feci man bassa. In totale ne mangiai sette. Avevo pienamente soddisfatto il mio appetito fintantoché non iniziai a sentire un certo brontolio allo stomaco.

Ben presto mi accorsi che i frutti della passione stavano provocando un effetto spiacevole che mi mise in allarme. Così mi inventai una scusa per rientrare in resort.

La corsa prima della catastrofe non fu semplice perché i celeberrimi “Beach Boys”, che si trovano nelle spiagge keniote, non erano propensi a lasciarmi andare.

L’unica cosa da fare era stringere forte le chiappe, camminare veloce senza prestar loro troppa attenzione e dribblare chi cercava di ostruirmi il passaggio.

Arrivai in bagno appena in tempo e ringraziai tutte le divinità e i dei del viaggio per essere riuscita a evitare il peggio (indossavo solo il costume). Uno fra i più imbarazzanti episodi da viaggiatrice decisamente da dimenticare.

 

frutti della passione in kenya

 

Camember in stanza d’albergo

 

La mia prima volta a Parigi fu un’esperienza esaltante, totalizzante. Ero sopraffatta dall’architettura, dalle proposte artistiche e culturali, dalle incredibili offerte museali. 

Feci della flânerie pur non conoscendo ancora il termine. Mi avventurai per le viuzze senza l’ausilio della cartina monitorando il tragitto col desiderio di lasciarmi travolgere solo dalla meraviglia. 

A fine serata scendevo alle Galerie La Fayette per acquistare qualcosa da mangiare quando vidi lui: il famoso formaggio Camember. L’avevo assaggiato in Italia ma non lo avevo trovato particolare o inconfondibile come lo descrivevano i francesi, così decisi di provarlo.

Aggiunsi alla lista della spesa del pane, della verdura fresca e dei gamberetti con salsa rosa. Appena entrai in hotel appoggiai tutto al tavolino e mangiai per primo il formaggio. 

Puzzava e aveva un gusto deciso, unico e indimenticabile. Finalmente comprendevo la passione dei francesi per questo formaggio. Terminata la cena rimasi in hotel e lessi fino ad addormentarmi.

La mattina dopo mi svegliai torcendo il naso. Cos’era quell’odore nauseabondo?

L’involucro del Camember ovviamente! Fu un momento detestabile e scommetto che non l’apprezzò nemmeno il servizio di pulizia che venne a risistemare la stanza, dato che purtroppo era sprovvista di finestre.

 

Delizioso camember

 

Cocco, mango e peperoncino

 

Tra gli episodi da viaggiatrice ‘gourmet traumatiche’ enumero anche quella vissuta in Messico, a Playa del Carmen. Immagina di poter trascorrere sei mesi in Centro America e di toccare la sabbia delle spiagge caraibiche più incantevoli. Cosa manca per completare il quadro? 

Una porzione di frutta fresca locale, naturalmente. Così non appena mi si avvicinò il venditore messicano con i bicchieri carichi di cocco e mango non esitai a prenderne uno.

Pagai e prima di passarmi il contenitore il messicano mi disse fra un brusio e un sorriso qualcosa che non afferrai. Dato il suo stato di vigile attesa e il calore dello sguardo – nonostante non avessi capito – risposi sorridendo in modo affermativo.

Vidi che spruzzò sulla frutta della polvere e immaginai fosse cannella così lo ringraziai per la generosità. “Per tutti i fulmini” – o qualcosa di simile ma più colorito – urlai subito dopo. 

Mi aveva inondato la frutta di peperoncino e mangiando la fetta di mango avevo le labbra in fiamme e la gola che bruciava. Presa dalla disperazione provai a sciacquarmi le labbra con l’acqua salata, peggiorando la situazione.

Finalmente, di nuovo correndo disperata in una spiaggia, ma questa volta senza stringere le chiappe, trovai un chiosco nel quale ordinai dell’acqua per sciacquarmi. 

Mi ricomposi ma le labbra non dimenticarono mai quell’episodio da viaggiatrice.

Dopo qualche giorno trascorso in spiaggia le mie labbra si arrossano e si infiammano ancora adesso, spaventate a morte, temendo di veder ricomparire all’orizzonte la sagoma di un messicano venditore di frutta. Un episodio da viaggiatrice che ha lasciato il segno!

 

Peperoncino sulla frutta

Colazione ammiocuggino

 

È così gradevole sedersi su di un tavolino all’esterno in Marocco e fare una classica colazione dolce innaffiata dal variegato sapore del . Questo pensammo io e la mia amica a Marrakesh quando ci accomodammo al bar la cui terrazza era illuminata dai tiepidi raggi del sole. 

Ordinammo tè e msemen con marmellata. Ma non fu simpatico vedere il cameriere acquistare – con i soldi chiesti in anticipo – i dolcetti dal chioschetto di strada giusto di fronte a noi per poi servircele con l’incartamento originale, oleoso e sbrindellato. 

Vederlo entrare nell’hotel di fianco e uscire con due confezioni singole di marmellata e la caraffa di tè appoggiata al vassoio macchiato e pieno di briciole. 

E infine chiederci con una certa insistenza la mancia, sottolineando a più riprese che la stessa fosse “Up to you“, ovvero a nostra discrezione, pur che non fosse inferiore ai due euro a testa. 

Hammam (mamia che freddo) a metà

In ogni caso in Marocco si possono fare questo tipo di esperienze esaltanti un po’ dappertutto. Incuriosita dall’hamman decisi di prenotare una serata per provare questo rituale di bellezza.

Fu perfetto sotto ogni punto di vista, a parte il finale a sorpresa. Terminato il rituale, infatti, mi mandarono via con una certa fretta perché avevano altra gente da seguire. Mi lasciarono, dopo avermi viziato e coccolato, con i capelli bagnati ad affrontare il freddo clima di gennaio. 

Per fortuna avevo un berretto a coprirmi la testa e l’hotel si trovava a pochi passi. Altrimenti avrei dovuto pagare delle parrucchiere professioniste che attendevano con ansia che scegliessi quell’opzione. In fin dei costi il supplemento costava solo 60€ in più!

 

 

esperienze da viaggiatrice in Marocco

 

Fucili spianati 

 

Fra gli episodi da viaggiatrice più divertenti che sono solita raccontare agli amici figura la rocambolesca partenza dalla Giordania. Lì conobbi un tassista che mi pregò di scegliere lui come autista per l’aeroporto e intenerita dalla sua necessità di guadagnare accettai.

Solo che non ero a conoscenza delle consuetudini giordane: i tassisti ufficiali erano gli unici autorizzati a entrare in aeroporto per accompagnare i turisti. Gli altri dovevano fermarsi a circa un chilometro dall’edificio.

Ovviamente scoprii il fatto quando vidi rallentare il conducente e indossare un sorriso beota per spiegarmi il motivo della fermata. Non mi rimase che incamminarmi per raggiungere l’aeroporto ma al sopraggiungere vidi i poliziotti stringere i fucili e intimare di fermarmi.

Mi chiesero cosa intendessi fare, glielo spiegai. Mi dissero che potevo proseguire prendendo un autobus non appena fosse passato e io gli spiegai che avevo finito i soldi giordani e non ne avevo altri da spendere

Mi guardarono imbarazzati e mi dissero di rimanere ferma accanto a loro ad aspettare. Bloccarono una macchina in transito per chiedere un passaggio.

Il conducente, un turco che si trovava in Giordania per affari, mi guardò come se fossi una poveraccia e non lo biasimai. Quando giungemmo in aeroporto lo ringraziai e mentre lo facevo intravidi un leggero piegamento in alto delle labbra. 

In pratica stava iniziando a ridere a crepapelle ma cercava di contenersi, con scarsi risultati. 

 

Jordan borders

Serata di gala con AC/DC

 

Questo fatto avvenne nel periodo in cui lavoravo in negozio e mi ritrovai con tre giorni di ferie avanzati. Decisi di trascorrere un giorno e una notte alle terme a Montegrotto. Era la prima volta che soggiornavo in una SPA e mi sentivo elettrizzata.

La receptionist mi accolse con estrema gentilezza e mi disse di godermi la giornata perché la sera ci sarebbe stata una sorpresa per chi cenava in hotel.

Seguii il suo consiglio e la sera scesi ansiosa di sapere cosa mi aspettasse. Al massimo dell’esaltazione la signora mi fece sapere che la cena si sarebbe tenuta nella sala grande e che consisteva in una serata di gala a lume di candela.

Così mi aprì le porte del salone, prima che realizzassi il tutto, e subito si propagarono le dolci note di un pianoforte suonate dal musicista in frac. Mi sedetti al mio tavolo accerchiata da coppie vestite in modo raffinato ed elegante, agghindate e truccate a festa.

E io?

Io mi trovavo da sola, con la candelina accesa al centro del tavolo, indossando un paio di jeans e una maglietta bucherellata degli AC/DC. Aggiungere al menù una pala per sotterrarmi pareva brutto?

 

Vergogna alle terme

La casa dello scorpione

 

La classifica degli episodi da viaggiatrice più esilaranti la vince questa. Dopo aver trascorso due mesi in Messico, giungo in Guatemala

Una terra colorata, ricca di storie e briosa. Apro con ansia la porta della mia casita: la residenza che mi ospiterà per un mese appare spartana ma caratteristica. 

Mi trovo a San Pedro de la Laguna, nel lago di Atitlán, un luogo cantato da poeti e artisti e dalle finestre vedo i colibrì succhiare il nettare dai fiori. Mi sistemo come meglio posso togliendo i vestiti dalla valigia e posizionando i prodotti di igiene personale in bagno. 

Decido di fare una doccia prima di avventurarmi a scoprire la cittadina. Entro in vasca che funge da doccia, mi lavo il corpo e i capelli e mentre canticchio una canzone percepisco una presenza oscura alla tendina della doccia. 

Cosa c’è? Un bel esemplare di scorpione nero pronto ad attaccarmi con la coda inarcata. Bestemmio, risciacquo i capelli e cerco di uscire senza farmi pungere. Controllo su Google quanto sono mortali gli scorpioni in Guatemala e mi asciugo.

Sistemo dei libri nella fessura della porta giurando di non entrare mai più in bagno. L’esigenza però ha delle prospettive diverse dalle intenzioni per cui la sera mi convinco a entrare. 

Sembrava sparito ma si era solo spostato sulla porta del bagno, fra gli infissi.

E così apparse e scomparve durante tutto il periodo della mia permanenza. Deciso a condividere la casa con la sua presenza che più volte si palesò facendomi sussultare a ogni visita.

Non riuscii mai a prenderlo ma non perché mi dispiaceva ucciderlo, perché me la facevo sotto e temevo ritorsioni. 

 

esperienze da viaggiatrice con lo scorpione

 

Leggi gli altri incontri con lo scorpione in questo articolo:

 

L’artista messicana Nahui Olín è stata una poetessa, una pittrice e una compositrice capace di esternare il dolore attraverso l’arte. Il suo unico difetto è stato quello di essere fin troppo progressista per l’epoca.

Stiamo parlando dei ruggenti anni Venti vissuti con intensità a Città del Messico: spregiudicati e allo stesso tempo ammantati da un forte valore borghese e cattolico.

Un’illusione di finta lascivia vissuta con gli occhi di un moralismo cozzante, dove la notte appariva libera e spregiudicata e il giorno serviva a nascondere la polvere dei turbamenti notturni.

L’autore Pino Cacucci

 

Pino Cacucci non è solo uno scrittore ma un grandissimo viaggiatore, sceneggiatore e traduttore. Ha vissuto per lunghi periodi in Messico, a Parigi e a Barcellona.

Tra le sue opere troviamo diversi racconti legati al Messico e alcune biografie. In particolare, questa su Nahui Olín, fa conoscere al pubblico italiano un’artista controversa che è stata amata e criticata in terra natìa.

La maestria di Cacucci è di esaltarne la femminilità senza scadere nel pregiudizio tipicamente maschile nei confronti delle donne libere. Non pago di questo, sottolinea proprio questo becero atteggiamento illustrandolo nelle parole dei personaggi che hanno accompagnato la vita dell’artista messicana.

Ha scritto una biografia in chiave romanzata di un personaggio che si è spinta al di là delle aspettative dell’epoca, suscitando inevitabili chiacchiericci molesti.

Un gioco in cui a perdere erano sempre le donne. A loro veniva data l’illusione di essere libere fintantoché bastava all’uomo. Le donne si mettevano a nudo sul palco mentre un pubblico moralista composto sia da uomini che da donne, attaccava senza pietà.

Nonostante questo, però, queste audaci donne brillavano e trasformavano l’arte in un terreno aperto, pronto per essere arato da mani coraggiose coperte di pizzi.

 

“Ripensando alla mia vita, ho la sensazione di essere stata sabbia trasportata dal vento, anche se in ogni situazione mi sono illusa di cavalcare il destino, di imprimergli la direzione, di poterlo piegare alla mia volontà”.

 

 

Disegno anni venti

 

L’artista messicana Nahui Olín

 

Nacque con il nome di Maria del Carmen Mondragón Valseca, figlia del generale Mondragón – inventore degli omonimi fucili – e responsabile del colpo di stato che uccise il Presidente Madero.

La piccola Carmen vive un rapporto controverso con il padre tanto da segnarle la reputazione con vaghe allusioni di incesto. Sposa un militare con lo stesso nome del padre che si interessa più a “soddisfare” i desideri dei suoi appuntati che quelli della moglie.

E una donna così carnale non può tollerare un affronto del genere. Si rintana in storie tormentate e vive la vita artisticamente fervida di Città del Messico lasciando le proprie tracce nella storia.

Ama disegnare, scrivere, fotografare e inventare composizioni musicali e lo fa con una facilità tale da sembrare una dote innata. Un’espressività che deve essere regalata al mondo così come dirà lo stesso del suo venerabile corpo.

Nel momento in cui pare aver trovato un certo equilibrio, come uno spago sfilacciato si spezza, lasciandola in frantumi. Il dolore che la attanaglia, però, rimane impresso nelle sue opere e nei suoi occhi così ingiustamente tristi e profondamente addolorati.

È il racconto di una vita tormentata ma vissuta appieno nella sua contraddittorietà. Un personaggio implacabile che riporta al confronto con il  quotidiano. Quanto ancora ci spaventa la diversità?

Nahui OlÍn esattamente come la data che nel calendario azteco corrisponde all’energia rinnovatrice, al moto perpetuo e porta il suo stesso nome, è stata capace di proiettare la sua energia donando in cambio vita, regalando al mondo la sua audace essenza eterna.

 

gli anni venti di nahui olin

 

Per leggere altri libri dell’autore clicca qui:

Per approfondire il Messico:

Praticare yoga a Playa del Carmen è un’esperienza che ti farà entrare in contatto con persone che condividono la tua stessa passione.

Le scuole presenti sono molte e si differenziano in base allo stile di yoga insegnato. Io ho potuto approfittare dell’offerta per un mese, durante il mio soggiorno nella città messicana.  Ero stata l’anno prima in vacanza nella Riviera Maya e mi ero perdutamente innamorata dell’atmosfera rilassata e serena che si respirava.

Così quando ho deciso di fare il mio viaggio di sei mesi in Centro America non ho potuto tralasciare Playa del Carmen. Inoltre ero sorpresa di scoprire che una delle insegnanti che seguivo si trovava proprio lì. Parlo di Sara Bigatti della Scimmia Yoga, che insegna il Vinyasa Yoga.

Che tipo di yoga si tratta?

È uno Hatha Yoga velocizzato, si rimane solo alcuni secondi in una posizione prima di passare alla successiva. Peccato che quando arrivai lei doveva ritornare in Italia, per cui non riuscii a fare la sua conoscenza.

cartina di playa del carmen

Playa del Carmen

 

Si trova a un’ora di macchina dall’aeroporto di Cancun o un’ora e mezza con i mezzi pubblici. Per raggiungerla puoi noleggiare un’auto, affittare un taxi o arrivare con la corriera ADO.

L’urbanistica è alquanto originale: si dividono le vie in calles e avenida numerate sia in orizzontale che in verticale. Se prendiamo a riferimento la spiaggia nella sua lunghezza quella più vicina è la quinta avenida, famosa per i locali notturni, come il Coco Bongo e molti altri. Se vuoi scegliere una struttura ricettiva silenziosa ti sconsiglio di prenderla in questa via.

Quella dopo è la decima avenida ed è dove si passeggia, dove ci sono i negozi, altri locali e i ristoranti. La quindicesima inizia ad avere meno hotel e più case e così via le altre che diventano sempre più residenziali. Le calles sono quelle in verticale quindi quando ti dicono un indirizzo ti indicano prima l’avenida e poi il numero della calle.

La spiaggia più famosa è il Mamita dove la sera arriva il deejay e sale la musica. L’ultima parte di Playa del Carmen prima di Playacar, una zona dove si accentrano ville e hotel di lusso (vedi cartina), c’è il porto per raggiungere l’isola di Cozumel e alla sera nel parco in avenida Benito Juarez ci sono spettacoli scenografici.

 

Per visitare Cozumel evita di acquistare un tour, per risparmiare vai direttamente in porto, compra il biglietto e prima di scendere troverai venditori proporti varie escursioni per fare snorkeling.

 

Se è brutto tempo, e in quella zona capita spesso, c’è anche un multisala, in Plaza las Americas, all’interno di un grande centro commerciale. Se invece vuoi vedere le località vicine come Puerto Aventuras, Akumal, Xelhá, Tulum, i grandi parchi di divertimento o i cenotes dirigiti all’incrocio  tra la 20esima avenida e la calle 2.

Lì si trova la stazione dei minibus, i mezzi pubblici economici usati dai messicani e dai turisti fai da te per spostarsi. Con pochi pesos raggiungi i siti turistici più famosi senza prenotare costosi tour. C’è anche un cenote tra la sabbia e il mare quasi sconosciuta dai turisti e frequentata dai messicani. Dove? Te lo racconto qui!

 

spiaggia bianca messicana con le nuvolette bianche nel cielo

Praticare yoga a Playa del Carmen

 

Oltre alle bellezze naturalistiche che lasciano a bocca aperta, molte persone vengono qui a praticare yoga. Ci sono tantissime scuole che propongono le differenti discipline.

Durante il mio soggiorno le ho provate un po’ tutte prima di scegliere quella definitiva. Non meravigliarti se i prezzi saranno diversi: ci sono le tariffe per i residenti e per i turisti, ovviamente questi ultimi pagheranno un importo maggioritario.

Questa è la lista delle scuole dove praticare yoga a Playa del Carmen:

 


 

Il mio obiettivo nel praticare yoga a Playa del Carmen era quello di provare le discipline che a Bassano ancora non erano presenti. Ti confesserò di aver vissuto un periodo indimenticabile. L’unico proposito che avevo era immergermi nella pratica e progredire nello studio.

Il fatto di essere lontano dalle incombenze domestiche e l’atmosfera rilassata del luogo mi hanno permesso di concentrarmi nei miei propositi e di lasciarmi andare, diventando al contempo più fluida anche nei movimenti.

Se prima mi sentivo irrigidita dalla nuova situazione con il tempo e potendo seguire le mie passioni ho imparato a essere meno spaventata e più cittadina del mondo.

È un’esperienza che consiglio anche a te, non c’è niente di meglio che fare un regalo a noi stessi! La mia formazione poi è continuata l’estate in Umbria, diventando infine un’insegnante di yoga anche se ancora non insegno!

La riserva di Celestun ha un fascino tremolante poiché sopravvive in un contesto minacciato e senz’ombra di dubbio, selvaggio. Il mio tour in questo luogo appollaiato sulla costa yucateca comincia il mattino presto. Mi sveglio alle 6 in un bagno di sudore vista la temperatura interna della camera (senza finestre): 34 gradi.

Corro in doccia e giro la manopola verso l’acqua gelida. Il suo effetto energizzante mi risveglia all’improvviso – tipo Wim Hof spostati – regalandomi una sferzata di energia. Ritorno in camera, mangio la frutta e preparo il caffè.

Mi vesto e prendo lo zaino, aggiungendo un cambio di costumi e lentamente mi incammino verso l’agenzia per iniziare una giornata all’insegna della natura.

Controllo i riferimenti che ho appuntato mentalmente per ritrovare la strada: il bar con la porta in stile saloon, il negozio di alimentari biologici, l’edificio di colore verde pastello, l’hotel con la porta a vetri e la chiesa con i mattoni rossi. Mi trovo nella città coloniale di Mérida, famosa per la sua anima internazionale.

Finalmente raggiungo la destinazione e trovo la guida ad aspettarmi. Ci presentiamo e mi comunica che prima di andare a destinazione saremmo dovuti passare a prendere altri partecipanti dislocati nei vari hotel.

 

Iguana a Celestun

Incontri casuali a Celestun

Riserva di Celestun: il tour

 

Passiamo fra i vari hotel e prendiamo a raccolta i compagni di avventura. Si tratta perlopiù di famiglie: la prima composta da madre e figlio, la seconda composta da madre, figlio, padre e nonna.

Dopo circa un’ora di tragitto arriviamo all’entrata della riserva e veniamo accolti festosamente dal personale. Come prima cosa ci raccomandano di spalmarci una dose generosa di lozione anti zanzare, a quanto pare sono molto agguerrite.

Dopo essersi organizzati ci fanno salire su un’imbarcazione e iniziamo a solcare le acque azzurre del Golfo del Messico. Vediamo le mangrovie affondare decise le radici nell’acqua e gli uccelli adagiarsi sulle loro fronde.

 

Ci allontaniamo sempre di più da riva, ma paradossalmente, l’altezza dell’acqua diminuisce.

 

Ci avviciniamo alla riserva naturale di Celestun, anzi la Biosfera di Celestun, dichiarata protetta nel 1988 al fine di preservare lo sfruttamento selvaggio che stava portando al declino la zona.

Entriamo nella laguna in cui vengono a nidificare e a trovare riposo i fenicotteri rosa. Sembra incredibile quanto riusciamo ad avvicinarci per ammirare questa distesa rosa di animali pacifici, i quali ci ci osservano con titubanza.

Manteniamo comunque una certa distanza e spegniamo il motore. La tranquillità è essenziale per il quieto vivere dei volatili. Dopo aver scattato diecimila foto a testa, lasciamo spazio ai fenicotteri per godersi le loro vacanze e ci spostiamo all’interno della laguna.

È il momento di attivare la modalità Indiana Jones: entriamo nei percorsi tortuosi creati dalle mangrovie e sobbalzo vedendo l’acqua riflettere tonalità rosse.

Si tratta della mangrovia rossa che rilascia il colore nell’acqua regalandole dei nutrimenti preziosi. Il comandante ci racconta che una studiosa inglese suole venire in questo luogo a farsi un bagno perché dice che queste proprietà sono benefiche, soprattutto per la pelle.

Chiediamo in coro se possiamo fare anche noi il bagno ma ci convince, in maniera piuttosto eloquente devo dire, che le proprietà benefiche le possiamo provare facendo qualche altro trattamento. Forse meno pericoloso e doloroso.

Da qualche mese infatti, fra queste piante acquatiche, ha trovato riparo una femmina di coccodrillo che ha dato alla luce un piccolo. La neo mamma pare piuttosto protettiva e se vede qualche gambetta sguazzare è facile che la doni al figlio come pasto sostanzioso.

 

spiaggia dalla sabbia bianca

Tipica spiaggia yucateca

 

Il pranzo e il ritorno

 

Lasciamo la Riserva di Celestun e riportiamo l’imbarcazione al punto di partenza dopo aver ammirato le bellezze selvatiche della costa yucateca. È arrivata l’ora del pranzo!

Il locale è situato in una zona idilliaca: in riva al mare su una distesa di spiaggia bianca il cui riflesso duole gli occhi. Ma non c’è tempo per ammirare il mare perché il pranzo è già servito.

Mi sto accomodando al tavolo quando la famiglia messicana mi chiede di sedermi in loro compagnia. Mi raccontano di provenire da Veracruz e con grande trasporto mi illustrano le qualità del loro distretto.

Poi chiedono notizie su di me e racconto loro la mia esperienza di viaggio. Mi guardano un po’ interdetti, raccomandandomi di fare attenzione in certe zone del Messico. La nonna, invece, mi osserva con uno strano luccichio negli occhi.

Il suo sguardo sorride ed è come se in quel momento stesse facendo un viaggio a ritroso di parecchi anni. Infatti, mi racconta di un incontro con un tedesco che a quanto pare le fa sobbalzare ancora oggi il cuore.

A differenza dei suoi parenti noto un celato invito a vivere totalmente la mia esperienza di viaggio così da non raccogliere dei rimpianti.

 

gabbiano

Simpatico gabbiano in spiaggia

 

E come se l’universo mi avesse inviato, attraverso lei, un invito a proseguire nella mia avventura. Io, avvolta dai dubbi per un viaggio così lungo, fatto in solitaria, mi sento per un attimo di essere incastrata esattamente nel posto giusto.

Mi regalano delle bellissime conchiglie, che so non potrò portare con me. Alla fine prendo sotto braccio la nonna e l’accompagno in auto sotto uno scroscio di pioggia che non lascia scampo.

Giunti a destinazione ci salutiamo scambiandoci baci e abbracci (in Messico funziona così!). Scendo anch’io alla loro fermata e ne approfitto per fare un giro al mercato di Mérida.

Ripercorro lo stesso itinerario del giorno prima e acquisto verdura e frutta fresca. Questa volta aggiungo fagioli e del riso, da tradizione messicana. Mi sa che mi sto già ambientando nonostante sia qui da qualche giorno.

La sera mi addormento presto, devo ancora connettermi con l’orario locale e poi domani mi aspetta un’altra avventura, altrettanto agognata: la spiaggia di Progreso.

Ero scesa dall’aereo, non potevo più tornare indietro e dovevo prepararmi ad andare alla scoperta della Mérida yucateca. Attraverso l’esplorazione del Messico avrei camminato fra gli intrecci della mia anima per trovare ciò che la componeva, assestando un tessuto che da tempo avevo perduto.

Il caldo era insopportabile. Partendo dall’Italia, in ottobre, avevo lasciato 17 gradi. Qui, nella Mérida yucateca, le temperature si aggiravano sui 40 gradi.

La mattina del mio primo giorno sul territorio messicano uscii accaldata dall’appartamento che avevo prenotato su Airbnb per visitare l’ultima e la più grande città coloniale dello Yucatán. Ero giunta di sera con l’aereo, stravolta dalle troppe ore di volo.

Sulle case notavo una prevalenza di bianco a contrastare i profili in tinte pastello, la numerazione stradale, invece, mi lasciava interdetta. Col trascorrere dei giorni mi fu chiaro che in questa città la toponomastica è divisa in calles – vie – le quali sono numerate, senza nomi.

Passeggiare nella Mérida yucateca

 

A un certo punto dovetti fermarmi in un supermercato per acquistare una bottiglietta d’acqua. L’afa era insostenibile. Come aprii il tappo e appoggiai la bocca, la finii. Ero davvero assetata. Nonostante la grande sorsata non avevo placato del tutto la sete. Dovetti cercare un altro negozio e questa volta acquistai una bottiglia da tre litri.

Continuai a passeggiare, sedendomi ogni tanto sotto l’ombra di una pianta nei pressi dei parchi pubblici. Il Messico, considerato un paese povero, ha dei parchi pubblici da fare invidia alle migliori città europee.

I parchi sono puliti, curati e soprattutto popolati. Vicino ad alcune panchine ci sono addirittura delle prese in cui ricaricare gli smartphone. E il Wi-Fi è gratuito per tutti.

Da questa posizione privilegiata potevo osservare due generazioni a confronto: gli anziani chiacchieravano o leggevano il giornale, i giovani avevano lo sguardo incollato sullo schermo del telefonino.

Comperai un gelato che sembrava più uno yogurt con sopra una salsa dolciastra (è tipico della zona e si chiama champola). Per qualche strano motivo mi imbarazzava entrare in un locale. Forse avevo paura di sbagliare le parole, non ero molto ferrata con lo spagnolo.

O forse dovevo ancora buttarmi alle spalle quel senso di disagio che mi attanagliava da quando ero partita. Quella paura nascosta di non riuscire a raggiungere il mio intento: vivere con maggior spensieratezza.

Le parole sono sempre state difficili per me da esporre, mi nascondevo dietro al fatto che dovessi parlare in spagnolo ma in realtà era solo una scusa.

 

parco pubblico nella Mérida yucateca

 

Primo shopping messicano

 

Passeggiando mi ritrovai nella via dello shopping, il Paseo de Montejo, il corso principale della città, dove giovani dalle facce sorridenti passeggiavano e si mostravano a vicenda gli acquisti appena fatti. E poi mi comparve il mercato. La mia mente si mise subito in moto e i miei occhi furono attraversati da un lampo di gioia.

Questo era ciò che cercavo! Bancarelle di frutta delle quali non sapevo l’esistenza, odori forti e pungenti derivati da carne e pesce, generi alimentari del tutto particolari.

L’età media dei visitatori si era notevolmente alzata. C’erano massaie che giravano con borse stracolme di cibo e chi si aggirava furtivo in cerca di qualche prodotto specifico.

Io ero in estasi, rifeci il giro del mercato per tre volte fino a quando mi decisi di acquistare qualcosa per cena. Comperai dei frutti dei quali non ricordo il nome, solo perché la signora a fianco a me disse che erano molto “dulces“.

Poi, presi della verdura già tagliata e lavata in sacchetto, pronta per essere consumata. Infine acquistai una crema di fagioli neri, la famosa “frijoles refritos” e delle tortillas.

 

Pere rosse

La mia prima cena messicana era pronta per essere mangiata. Uscendo mi accorsi che le bancarelle di cibo digradavano, lasciando posto ad abbigliamento, giocattoli e prodotti per la casa. Mi divertii a osservare la gente mentre barattava e con quanta veemenza lo faceva.

All’improvviso vidi un’agenzia viaggi e guardai il cartello che presentava i tour in programma. Avevo già in mente dei luoghi da visitare, dovevo solo farli combaciare con il mio tempo a disposizione. Presi nota dei prezzi e dei giorni, poi tornai a casa e mi preparai la cena.

 

Inquietante incontro

Ero stata a zonzo tutto il giorno e avevo acquistato la mia prima cena messicana. Ma prima di tutto avevo bisogno di farmi una doccia. Il bagno era libero e l’acqua era fredda, senza alcuna intenzione di diventare calda.

Mi preparai la cena e andai a mangiarla in camera, avevo un tavolino sul quale appoggiare i piatti e il Wi-Fi grazie al quale potevo connettermi a internet.

Mi resi conto, però, che non ero ancora stanca per cui misi un po’ di trucco solo sugli occhi e scesi di nuovo in strada. Il caldo, nonostante il sopraggiungere della sera, era ancora opprimente.

 

Chiesa yucateca

Girovagai fra le vie della Mérida yucateca alla ricerca dell’agenzia viaggi vista in precedenza, avevo i contanti e volevo prenotare il prima possibile. Finalmente la trovai e un giovane messicano mi fece accomodare alla sedia.

Gli riferii esattamente cosa volevo visitare e quando, ma lui mi interruppe dicendo che i giorni erano già destinati. Avrei dovuto adattarmi ai loro programmi.

Non c’era nessun problema. Il mio viaggio era nato all’insegna della spensieratezza e me ne stava dando la dimostrazione. Quindi l’indomani sarei andata a visitare la Riserva Naturale di Celestun, un’oasi protetta in cui vanno a nidificare i fenicotteri rosa.

L’appuntamento fu fissato alle 7 davanti all’agenzia. Non mi restava che ritornare in stanza e preparare lo zaino per il giorno dopo. Com’è andata te lo racconto in questo articolo.

Se invece vuoi approfondire i numerosi dubbi che costellarono la mia mente in fase di partenza non ti rimane che leggere la prima parte del viaggio di seis meses in Centro America.

 

L'interno di un edificio

Cosa vedere nella Mérida yucateca

 

Gli edifici della Mérida yucateca sono stati costruiti durante il periodo coloniale che possiamo indicare tra il XVIII e il XIX secolo. E proprio in questa città si può ammirare la cattedrale più antica del continente: la Catedral de San Ildefonso. Ti basterà chiedere in giro per ricevere suggerimenti su dove trovarla.

Gli abitanti di Mérida la amano molto perché è parte del loro tessuto culturale. I mattoni che la compongono provengono dalle rovine delle piramidi e dei templi maya. Furono i coloni a deturpare i simboli dei nativi per instillare un senso radicato di “civiltà”.

La piazza principale è la Plaza Mayor dove la domenica si tengono balli, canti e manifestazioni di ogni sorta. La maggior parte delle vie, sempre di domenica, sono chiuse al traffico e le persone si muovono a piedi, in bicicletta o con i monopattini.

Ti invito caldamente a partecipare: dovunque è uno spettacolo di balli, canti e cori improvvisati. L’essenza spontanea messicana si respira nell’aria e attraversa la pelle come il caldo opprimente che circonda la città.

L’arte si può ammirare al Palacio Municipal che custodisce i murales di Fernando Castro Pacheco, un famoso artista yucateco. E non poteva mancare il Museo de Antropología e Historia nel Palacio Cantón Rosa, che raccoglie manufatti e reperti maya.

Per gli appassionati è presente un museo che rappresenta tappeti, manufatti, dipinti, vasellame e sculture dell’artigianato messicano, in maniera specifico quello yucateco. Si trova nella Quinta Montes Molina e rappresenta le mille sfaccettature della manualità messicana.

Seis meses sono i mesi che ho viaggiato in Centro America attraversando gli stati del Messico, Guatemala, Belize e Honduras. Sono partita alla ricerca di un’identità che da troppo tempo avevo scordato di curare, lasciando agli altri il potere di dominare e guidare.

Fin da piccola ho sognato di vivere un’avventura alla Monsieur Fog, il personaggio del “Giro del Mondo in 80 giorni” di Jules Verne.

Ho atteso il momento giusto e l’ho fatto. Questo è il resoconto dei miei seis meses in Centro America.

Mi ero ritrovata senza lavoro dopo che l’azienda nella quale ero assunta da otto anni, aveva deciso di chiudere i battenti e lasciarci tutti a casa.

Grazie alla mia incrollabile positività però, non avevo visto in questo cambiamento una disfatta ma un motivo per cambiare e crescere.

Ho subito pensato che fosse giunto il momento di realizzare quel sogno che da troppi anni mi portavo appresso, come se il destino volesse mettermi alla prova.

Sarei stata in grado di farlo?

Prima dovevo terminare il periodo di mobilità alla quale ero stata assegnata. Avevo il tempo di preparare l’itinerario e decidere dove sarei andata.

Immaginai subito il Messico. Avevo soggiornato con una mia amica l’anno precedente e mi era rimasto nel cuore.

La leggerezza della vita, il sorriso spontaneo delle persone e i colori brillanti del mare e della natura rigogliosa, mi avevano colpito profondamente e volevo capire se fossero o meno un’impressione da turista.

Così decisi di ritornare laggiù.

Questa volta avrei aggiunto all’itinerario non solo la Riviera Maya ma anche Mérida, Città del Messico e la regione del Chiapas.

Ho trascorso pomeriggi interi cercando in internet informazioni utili a pianificare un programma.

Quanti giorni sarei stata in Messico?

E negli altri stati?

Cosa non dovevo assolutamente perdere in questi seis meses?

scritta dream

Molti quesiti nascevano a mano a mano che preparavo il viaggio. Ma non cercavo la perfezione, solo la libertà.

Spulciando fra le offerte di volo ne avevo trovata una di Blue Panorama con tappa a Mérida. Si trovava a cinque ore di autobus da Playa del Carmen.

Decisi di iniziare lì, la mia avventura. Cercai un alloggio prima su Booking e poi su Airbnb. La più conveniente era una stanza offerta da un ragazzo vicino al centro cittadino.

Costava solo 9 € al giorno e aveva anche un bagno privato a disposizione. Senza pensarci troppo la prenotai per la durata di una settimana.

Era la prima volta che sceglievo una soluzione di pernottamento privata, ma in questo viaggio volevo mettermi alla prova, sperimentare nuove idee e risparmiare un po’!

Volevo partire libera da ogni pensiero, senza un traguardo preciso, per vedere se nella libertà assoluta nasceva qualcosa di inaspettato.

Qualche mese prima della partenza conobbi un ragazzo. L’incontro fece traballare leggermente i miei progetti, non ero più così sicura di partire.

All’improvviso le mie priorità erano cambiate.

Poi però valutai il tempo. Da quanto conoscevo lui e da quanto avevo quel sogno chiuso nel cassetto?

La risposta era plateale e non potevo non considerarla. Galleggiava così chiara davanti ai miei occhi che non potevo evitarla.

Lui mi chiese di non partire, io gli dissi che non potevo. Avevo preso una decisione tempo fa, quando ancora lui non c’era.

Non potevo fermarmi, il viaggio era già cominciato. E se non avessi mai più avuto l’opportunità di realizzare quel sogno?

I sentimenti a volte sono una questione di scelta, di tempo e di coincidenze.

Lui mi disse che mi avrebbe comunque aspettata. Fu difficile salutarlo ma lo feci, guardandolo e abbassando subito gli occhi.

scritta love: seis meses in Centro America

Ero pronta a partire. Non è vero, ero terrorizzata all’idea di partire. 

Il mio aereo decollava nel pomeriggio da Milano e sarei giunta a Mérida la sera tardi.

Avevo le gambe che tremavano e il cuore che batteva a ritmo sostenuto. Quando salii in aereo, e mi accomodai sul sedile, inondai la mente di pensieri confusi.

Forse stavo commettendo una pazzia: sei mesi da sola in giro per il mondo. Cosa avrei fatto? Con chi avrei parlato? Perché ero salita su quell’aereo?

Più il mezzo si allontanava dalla mia terra e più i pensieri si concentravano sui programmi. Ce l’avrei fatta, lo desideravo da troppo tempo per permettere alla paura di fermarmi.

Quando il pilota annunciò l’arrivo a Mérida ero su di giri. Avevo il cuore in gola. Ero eccitata e spaventata allo stesso tempo. Ero di nuovo in Messico e questa volta avrei potuto viverlo più a lungo.

Al controllo passaporti l’addetto mi salutò con un cordiale “Bienvenida!

In quel momento realizzai che avevo fatto la scelta giusta: bastava alleggerire la mente e lasciare che le emozioni fluissero libere. Mi avrebbero guidato loro. Avrei dato spazio al cuore e, la mente, per questa volta, sarebbe rimasta a controllare in sordina. Que buena onda!

scritta suspence

 

Eccomi arrivata a Mérida: le prime impressioni

Il sorprendente Coco Bongo è uno dei locali più famosi al mondo e si trova sia a Cancun che a Playa del Carmen in Messico. La sua notorietà si deve al film “The Mask” con protagonista Jim Carrey che ha adattato perfettamente l’irriverenza del personaggio con la particolarità del locale.

Un’esplosione di musica, alcool e ballo che da vita a serate all’insegna del divertimento intramezzate da spettacoli studiati nei minimi particolari. Questo è il Coco Bongo, un appuntamento imperdibile nella Riviera Maya!

 

 

Ai proprietari del locale piace definire il Coco Bongo come un’esperienza più che una semplice discoteca. 

Io sono andata a Cancun una sera in cui, stremata dal mio hotel tutto incluso, avevo voglia di evadere dalla struttura per fare qualcosa di divertente.

Ho preso i biglietti da un ragazzo che vendeva tour e, nonostante abbia provato un sussulto nel conoscere il prezzo, ho preso un bus sgangherato e sono andata nella zona hotelera.

Il sorprendente Coco Bongo è un’istituzione e la fila all’entrata è infinitaa. Il locale dall’esterno sembra una qualsiasi discoteca ma all’interno scopri un’idea di divertimento davvero insolita. La serata inizia con musica da discoteca, alternata a rock e altri generi musicali.

Di solito il biglietto di entrata, se lo acquisti prima, comprende l’opzione “open bar” ciò significa che si può bere illimitatamente qualsiasi bevanda desideri. I bicchieri sono di plastica e non vengono servite bottiglie per evitare che la gente possa farsi del male dato che il tasso alcolico è piuttosto elevato.

Come si è svolta la serata? Stavo ballando una musica ritmata quando all’improvviso la musica si è spenta ed è partita la colonna sonora a introdurre il tema della serata: Spider Man.

 



 

Si presenta un corpo di ballo che inizia a deliziare il pubblico con uno spettacolo composto da acrobazie e numeri incredibili. Poi il gruppo si ritira e si ricomincia a ballare nuovamente.

Dopo circa dieci minuti riprende lo spettacolo e non si sa mai da dove. Potrebbe essere sul palco, sopra al bar centrale, sugli spalti, dappertutto.

 

Si rimane per tutto il tempo in balia del pensiero “dove uscirà il prossimo spettacolo?”

 

La vera star del locale, però, rimane sempre lui il personaggio mitico “The Mask” che continua a girare per chiedere se vuoi fare una foto assieme, per la quale dovrai pagare però un prezzo pari a 5 dollari.

La lotta fra Spider Man e il suo nemico inizia con una discesa dal soffitto dei due personaggi. I due si confrontano prima a parole e poi inizia la battaglia vera e propria sopra il bancone che fino a qualche minuto prima serviva da bere. Ovviamente tutto il pubblico tifa per il beniamino più famoso e forte di questo, riesce a sconfiggere anche questa volta il male.

 

 

L’entrata al Coco Bongo

I locali in Messico sono due a Cancun e a Playa del Carmen. Da poco è stato aperto anche un locale a Punta Cana nella Repubblica Domenicana.

A Cancun lo trovi nella zona cosidetta “hotelera” perchè ci sono tutti gli hotel più rinomati della zona, a Playa del Carmen nella famosa 5a avenida e a Punta Cana nel centro commerciale Downtown nella carretera Barcelo e a Los Cabos nella Bassa California.

I biglietti sono di due tipi: Regular e Gold Member. Il primo costa 60 dollari a Playa del Carmen e a Punta Cana mentre 70 a Cancun. Comprende l’open bar e l’entrata senza fare fila all’ingresso.

Il biglietto Gold Member costa  dai 130 ai 140 dollari e prevede oltre all’open bar e all’entrata diretta, il posto e bevande aggiuntive in omaggio.

Se si vogliono riservare i tavolini si può arrivare a pagare fino a 1000 dollari a serata. I prezzi sono indicativi e aumentano durante il fine settimana di circa 5 o 10 dollari.

 

 

I prezzi sono variabili da location a periodo dell’anno ma se vuoi acquistarli in anticipo a un prezzo più o meno stabile ti consiglio di farlo qui:

 

Se non ti interessa la movida in Messico puoi visitare i cenotes o fare un corso di yoga: