Viaggiare e conoscere: un binomio che è sempre veritiero?

Titolo viaggiare e conoscere immagine di passaporto, modellino aereo e cappello su un tavolo

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Viaggiare e conoscere secondo la maggior parte delle persone è un binomio perfetto che va a braccetto. Ma è veramente così? È vero che basta viaggiare per aprire la mente e diventare delle persone più tolleranti, autentiche, esterofile o patriottiche?

Io ho qualche dubbio a riguardo e all’interno di questo articolo cercherò di spiegarti le ragioni che mi spingono a sostenere queste idee.

 

Apertura mentale

 

Chi viaggia di solito è abituato a vivere delle avventure fuori dall’ordinario in quanto vengono a mancare le abitudini quotidiane. Ci si ritrova a rimettere in gioco le proprie sicurezze per immergersi nelle consuetudini che spesso non fanno parte del nostro background.

Come può influire nella mente di chi viaggia? Ci sono due atteggiamenti possibili:

  • Barricarsi nelle proprie abitudini
  • Tuffarsi nel momento presente

Non è detto che chi prende tanti voli all’estero sia disposto ad abbandonare i propri preconcetti e le proprie idee per mettersi nei panni “dell’altro”. Il più delle volte, infatti, chi viaggia, lo fa con una pesante personalità addosso che non gli permette di lasciare le sovrastrutture mentali che gli appartengono.

Ciò significa che il cosiddetto “viaggiatore” si sposta solamente con il suo bagaglio invisibile di idee senza assorbire assolutamente nulla dal tessuto sociale visitato.

Chi, invece, desidera ampliare le sue conoscenze non solo da un punto di vista turistico-culturale ma anche a livello esperienziale ritorna arricchito di nuovi punti di vista. Dipende quindi dalla persona e non dal numero dei viaggi che uno fa. Come dice un detto: “Se uno parte stupido, ritorna stupido!”



Diventare tolleranti

 

Ho conosciuto persone in viaggio che non hanno la minima educazione basilare e non è che condividendo una camera in un ostello siano migliorati, anzi, sono rimasti uguali o sono addirittura peggiorati.

Saper interagire con il mondo esterno è un’arte che si impara fin da piccoli a meno che non si abbia un ego spropositato che non permette di vedere al di là di sé stessi.

In questi casi diventa veramente difficile imparare a essere tolleranti con chi non è simile a noi o la pensa diversamente perché ci saremmo sempre noi come metro di giudizio.

Anche in questo caso bisognerebbe mettere da parte il proprio “io” per cercare di capire le ragioni che spingono una persona a pensare in modo diverso dal nostro.

A volte può essere una questione di cultura, altre volte di esperienza personale, rimane comunque il fatto che non si può pretendere che il mondo assomigli a noi.

Il passo più difficile da fare però, paradossalmente, è prenderne coscienza e non è detto che una persona ci riesca.

Un essere umano può trascorrere un’intera vita senza rendersi conto di questa verità e di conseguenza viaggiare e conoscere si troveranno sempre su due binari differenti.

 

Esterofilia e patriottismo

 

Esterofilia? Cos’è sta cosa?

Non sto parlando di una malattia ma come spiega la Treccani significa: “Esagerata simpatia per le idee, i costumi, i prodotti, i vocaboli stranieri”.

Negli ultimi anni a questa parte è come se si siano formate due differenti fazioni: quelli che criticano tutto ciò che è legato all’Italia e quelli che vogliono solo l’autenticità italiana.

Sembra quasi una barzelletta se pensiamo che abbiamo chiesto a gran voce l’unificazione dell’Europa trovarci in uno degli schieramenti opposti. I media fanno del loro meglio per farci odiare il Belpaese mentre noi li stiamo ad ascoltare, non capendo che in questo modo non facciamo altro che allontanarci e perdere potere decisionale.

L’unico elemento che ancora lega in modo sottile la nazione è lo sport e questo la dice lunga sulla situazione attuale. C’è un desiderio di acquistare e assumere atteggiamenti, soprattutto americani, scimmiottando una cultura che non ci appartiene.

Fino a poco tempo fa, invece, ci vantavamo di essere italiani e mostravamo con orgoglio le nostre bellezze e il nostro tessuto sociale. Viaggiare e conoscere era un modo per riportare a casa gli insegnamenti acquisiti.



Siamo sicuri che tutto quest’odio ci stia aiutando? Oppure ci sta impoverendo di valori fino a dissolverci da soli? La domanda che dobbiamo porci per prima è: “L’estero è veramente meglio di noi?”

Io credo che viaggiare significhi proprio osservare le sottili differenze che ci identificano come popoli, vuoi per una questione di lingua, di storia o di cultura generale.

Non c’è una via sbagliata o una corretta ma l’inseguire della propria coscienza. Alcune regole sociali possono essere assorbite dal nostro pensiero, altre invece rifiutate.

Per cui non è sbagliato ammirare ciò che non appartiene alla nostra cultura, potrebbe risultare un aiuto per migliorare la persona che siamo, basta non volerlo imporre anche agli altri.

Allo stesso modo è corretto avere come riferimento l’educazione impartitaci ma se qualcosa dovesse suonare strano dovremmo avere l’onestà di ammettere che quel determinato aspetto non fa per noi.

Solo essendo noi stessi possiamo dare il vero contributo al nostro paese e se decidiamo di andarcene per qualsiasi motivo, non possiamo rifiutarlo come se non ci appartenesse.

Il famoso Genius Loci rimane appiccicato addosso anche se ci si sposta, non cambia l’essenza del nostro spirito, pertanto fa in modo che il contenuto non divenga banale…

Viaggiare e conoscere dovrebbe andare di pari passo, sarebbe tutto più amplificato a livello emozionale se fosse così, non lo credi anche tu?

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